Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa

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Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa Sono una psicologa psicoterapeuta ad orientamento Psicodinamico individuale e di gruppo

03/10/2026

Nessuno insegna come si chiude una terapia.
Si parla di obiettivi raggiunti, di autonomia, di “internalizzazione dell’oggetto”.
Non si parla mai del nodo in gola.
Del modo in cui una persona sistema la giacca un po’ più piano.
Del «allora è proprio oggi» detto sorridendo, come se il sorriso potesse rendere decente un lutto piccolo e reale.
Per mesi, a volte anni, quella stanza è stata un appuntamento con sé.
Un luogo in cui esistere senza doversi spiegare.
Poi arriva il giorno in cui quel luogo deve smettere di esserci.
Non perché sia andato storto.
Proprio perché, in qualche modo, ha funzionato.
Chiudere non è concludere.
Chiudere è accettare che qualcosa di prezioso finisce senza diventare un monumento. Non qualcosa di immobile o perfetto, ma un nuovo modo di essere in divenire.
Guardo la persona di fronte a me e vedo insieme tutte le versioni che ho conosciuto.
Quella del primo giorno, rigida, formale, spaventata.
Quella che un pomeriggio ha odiato questa stanza.
Quella che ha pianto disperata. E che poi ha riso con me.
Quella che un lunedì è tornata dopo aver giurato che non sarebbe più venuta.
Adesso è qui, più intera e ancora incompleta -come si è, quando si è umani.
C’è una gratitudine che in questi minuti diventa quasi ingestibile.
Non è orgoglio professionale.
È lo stupore di essere stato ammesso così a lungo nella vita di qualcuno.
Di aver visto cambiare un volto.
Di aver condiviso un tempo che il resto del mondo non ha visto.
E c’è anche un vuoto, il mio, che non posso mettere in mezzo.
Domani, a quest’ora, quella sedia sarà di un altro. O resterà vuota.
E io dovrò fare spazio senza cancellare.
Tenere il ricordo senza trattenerlo.
Lasciar andare senza far finta che non sia accaduto nulla.
Sulla soglia succedono gesti piccoli e preziosi.
Una stretta di mano più lunga.
Un abbraccio.
Un «mi prenderò cura di me» detto con voce tremante.
Un «grazie» che contiene troppe cose per stare in una parola.
Rispondo grazie anch’io.
E lo penso davvero.
Perché ogni fine mi ricorda che questo lavoro non produce eternità.
Produce passaggi.
Produce persone che imparano a portarsi dietro una presenza, anche quando la presenza non c’è più.
Poi la porta si chiude.
Resto un po’ fermo, come dopo le sedute più dense.
Non per trattenere.
Per salutare in silenzio ciò che è stato: due sconosciuti che, per un tratto di strada, hanno camminato nella stessa stanza senza mentire.
Se la terapia è riuscita, quella persona uscirà e un giorno -in una cucina, in una crisi, in una gioia- sentirà ancora una voce interna che stavolta non è la mia.
Sarà la sua.
Un po’ più capace di stare.
Un po’ meno sola.
Questo è il vero congedo.
Non «non ci vediamo più».
Ma: adesso puoi vederti tu.

Oscar Travino

Riconosci il cambiamentodal silenzio che resta dopo l’impatto,quando il rumore si ritirae non chiede più attenzione.Le c...
18/09/2026

Riconosci il cambiamento
dal silenzio che resta dopo l’impatto,
quando il rumore si ritira
e non chiede più attenzione.
Le cose arrivano ancora,
sfiorano la superficie,
ma non trovano più dove aggrapparsi.

Ciò che prima era pelle scoperta
è diventato confine consapevole,
ciò che gravava sul petto
si è fatto leggero, quasi trasparente.
Dentro di te si è aperto uno spazio nuovo,
un vuoto che non chiede di essere colmato,
ma abitato.

È un luogo fertile,
dove le domande non fanno più paura
e le risposte non hanno fretta.
Lì impari che perdere
non è sempre mancanza,
che lasciare andare
può essere una forma di cura.

Da quello spazio la vita riparte,
non con fragore,
ma con passi sinceri.
Si muove senza permesso,
senza spiegazioni,
come fanno le cose vere.
Non sei scappato,
non ti sei sottratto.
Hai attraversato il dolore
e hai continuato a camminare.
Non sei andato via:
sei diventato oltre.

(Elias Montreux - "Sei diventato oltre")

Immagine: Dipinto di Anne Packard

LA DOSE «Non appena cresce il disagio, torna il bisogno di una dose: chiamare l'amico, uscire, la ragazza, cibo, tenersi...
02/09/2026

LA DOSE
«Non appena cresce il disagio, torna il bisogno di una dose: chiamare l'amico, uscire, la ragazza, cibo, tenersi occupati, andare a correre, bere, fumare, ecc.
Non si cerca di star bene, ma si cerca di non star male.
Non si tratta necessariamente di evitare certe esperienze, ma di scoprire il grosso fraintendimento alla base. Nella soddisfazione momentanea, il livello del disagio diminuisce, anche se per brevi momenti.

Confondere, quindi, l'essere felici e lo star bene, con il non essere infelici e il non star male, è un primo elemento di fraintendimento comune. Facilmente diciamo di star bene con qualcuno, quando invece grazie a quel qualcuno non stiamo male, perché abbiamo una distrazione dal disagio esistenziale che ci accompagna tutta la vita. Ci si abitua a certe emozioni, e l'altra persona o situazione diventano il pretesto per continuare a sentirle, evitandone altre più spaventose. Nella solitudine, nell'assenza di direzioni, anziché vivere quella verità, cerchiamo nuovamente di innamorarci di qualcuno, o di fantasticare su qualche futuro. Insomma, vogliamo la nostra dose.

Preferiamo una falsa felicità piuttosto che una vera, solo per evitare di non attraversare la grotta ed uscire dall'altra parte. Conosciamo persone e situazioni apparentemente nuove, ma mai dopo aver superato la grotta, bensì sempre allo stesso punto. Infatti, pur cambiando corpi e scenografie, le emozioni, le colpe, le pretese, sono sempre le stesse.
Provare a rimanere senza soluzioni, senza correre verso la propria dose personale è l'azione più coraggiosa che si possa fare. La via verso la disintossicazione emozionale passa, necessariamente, per il sentire il proprio corpo e la mente tremare al bisogno della sua dose personale. Vedere la propria ombra per la prima volta, sentire quella paura di essere uccisi da questa, e scoprire che non uccide.»

Gabriele Pintaudi

ACCOGLIERE NON SIGNIFICA RASSEGNARSISi parla molto di accoglienza: accogliere ciò che sentiamo, ciò che ci accade, persi...
26/08/2026

ACCOGLIERE NON SIGNIFICA RASSEGNARSI

Si parla molto di accoglienza: accogliere ciò che sentiamo, ciò che ci accade, persino ciò che non possiamo cambiare. Ma è una parola che rischia di essere fraintesa.
Accogliere non significa sopportare. E soprattutto non significa rassegnarsi.
La rassegnazione contiene una rinuncia: qualcosa mi fa soffrire, vorrei che fosse diverso, ma penso di non poter fare altro che subirlo. L’accoglienza, invece, comincia da un atto di coscienza: riconoscere ciò che c’è, anche quando non corrisponde a ciò che vorremmo.
Il primo sguardo, però, dovrebbe rivolgersi verso di noi. Prima di attribuire interamente all’altro, a una relazione o a una situazione la causa del nostro disagio, dovremmo domandarci quale parte ci appartenga. Quali dinamiche ripetiamo? Quali aspettative portiamo con noi? Quali antiche ferite vengono riattivate dal presente?
Jung ci ha insegnato quanto facilmente proiettiamo fuori di noi ciò che ancora non riconosciamo dentro di noi. Per questo cambiare continuamente persone, luoghi o relazioni può diventare una fuga: possiamo cambiare scenario e ritrovare, poco dopo, lo stesso dramma con attori differenti.
Ma esiste anche il rischio opposto.
Il lavoro su di sé può trasformarsi in un alibi per sopportare indefinitamente ciò che ci fa male. Possiamo convincerci che dobbiamo comprendere ancora, essere più pazienti, lavorare ulteriormente su noi stessi. E qualche volta è vero. Altre volte, invece, dietro questa apparente saggezza si nascondono paura, abitudine, senso di colpa o timore dell’incertezza.
Qui Hillman aggiungerebbe forse qualcosa di prezioso: non tutto deve essere immediatamente corretto, guarito o ricondotto a una nostra mancanza. Occorre anche imparare a guardare ciò che si presenta per quello che è, senza costringerlo dentro una spiegazione che ci rassicuri.
Può arrivare allora un momento in cui abbiamo riconosciuto le nostre proiezioni, modificato il nostro comportamento, cercato di comprendere l’altro e osservato sinceramente le nostre paure. Eppure quella situazione continua a non appartenerci più.
Accoglierlo non significa aver fallito.
Significa prendere atto che una persona ha determinati limiti, che una relazione può offrirci soltanto ciò che è, che un ambiente forse non cambierà. E proprio questa accettazione della realtà può restituirci la libertà di scegliere.
Perché non sempre andarsene è una fuga, così come non sempre rimanere è coraggio.
Forse la differenza più profonda è proprio questa: la rassegnazione immobilizza, mentre l’accoglienza rende consapevoli.
Prima ci chiede di guardare dentro di noi e riconoscere ciò che possiamo trasformare. Poi ci chiede di guardare fuori di noi e vedere ciò che realmente esiste. Infine ci pone davanti alla domanda più difficile:
sto rimanendo perché questa realtà ha ancora qualcosa da chiedermi, oppure perché ho paura di lasciarla?
A volte accogliere significa restare e trasformarsi.
Altre volte significa riconoscere che la trasformazione più autentica consiste nell’avere il coraggio di prendere un’altra strada.

Non voglio più costruire casedentro cuori spezzati,cercare di aggiustare il tettoche perde ancora lacrimeper qualcunoe r...
21/08/2026

Non voglio più costruire case
dentro cuori spezzati,
cercare di aggiustare il tetto
che perde ancora lacrime
per qualcuno
e riparare assi di un pavimento
trascurato da altri.
Invece andrò nel mio cuore a forma di casa.
Con amore metterò ordine nel caos lasciato da altri,
la adorerò al punto che nessuno
potrà mai più definirla infestata.
E, infine,
aprirò le porte
e mi darò il benvenuto.

(Nikita Gill - "Case")

Immagine: Dipinto di Isaak Brodsky - 0"Fallen leaves"

20/08/2026
Reagire è facile.Fermarsi, invece, richiede presenza.L’intelligenza emotiva non significa reprimere quello che senti.Non...
18/08/2026

Reagire è facile.
Fermarsi, invece, richiede presenza.

L’intelligenza emotiva non significa reprimere quello che senti.
Non significa diventare freddo, controllato, impenetrabile.

Significa riconoscere ciò che si muove dentro di te prima che diventi una parola tagliente,
un gesto impulsivo, una risposta che ferisce qualcuno che non c’entra.

Perché le emozioni non sono il problema.
Il problema è quando le usi come scarico.
Quando trasformi la tua rabbia in distanza.
La tua paura in controllo.
La tua frustrazione in colpa da lanciare addosso agli altri.

Essere emotivamente maturi non vuol dire non provare nulla.
Vuol dire imparare a stare qualche secondo in più dentro quello che senti, senza consegnarlo immediatamente al mondo.

"Sentire. Respirare. Capire. Scegliere".

In quello spazio minuscolo tra impulso e risposta
si costruisce una forma rara di forza.
Non quella che domina gli altri.
Quella che non ha più bisogno di travolgerli.

Un segno di grande intelligenza emotiva è rifiutarsi di scaricare il proprio cattivo umore sugli altri.

(Charlie Fantechi)

Immagine: Dipinto di Nickie Zimov

Una delle cose che più mi stupisce è vedere come nella nostra cultura il concetto di responsabilità venga associato a qu...
18/08/2026

Una delle cose che più mi stupisce è vedere come nella nostra cultura il concetto di responsabilità venga associato a quello di colpa e come i due siano usati quasi come sinonimi.
Intanto, una persona è tanto più in grado di assumersi delle responsabilità quanto meno ragiona in termini di colpa.
Una persona in preda ai sensi di colpa rimane paralizzata e non compie proprio alcuna azione responsabile.
La colpa in sé e per sé è comunque un filtro che distorce la realtà, in qualsiasi direzione la si usi, sia per osservare il proprio comportamento che quello altrui.

Io credo che i concetti così condivisi e radicati di cattiveria e colpa siano etichette che gli uomini hanno creato dal nulla appiccicando tali terribili giudizi alla immaturità altrui nel tentativo di spiegarla ma soprattutto di cambiare l’altro a proprio piacere e secondo il proprio desiderio.
In fondo in fondo la colpa nasce come un bisogno di prendere potere sugli altri.
E in questo caso il potere viene acquisito in un modo molto subdolo, cioè mediante un sottile ricatto che investe la parte più nobile e profonda dell’essere umano e che suona pressappoco così: “Comportati come dico io altrimenti tu sei cattivo nel tuo vero essere, nel tuo cuore”.
Dall’altro lato spesso abbiamo paura di ferire o crediamo che dobbiamo rendere felici gli altri, e ci attribuiamo un potere onnipotente che di fatto non abbiamo.

Nella storia dell’umanità possiamo notare quanto l’atteggiamento di cercare una causa esterna del male sia frequente.
La grande cecità consiste nel credere a tale parziale e deresponsabilizzante interpretazione.
Guerre, crociate, persecuzioni razziali, fenomeni di intolleranza, rivoluzioni, spargimenti di sangue, faide, omicidi passionali, vendette di gruppo, terrorismo, sono evidenti fenomeni su scala sociale conseguenti a questo atteggiamento di vedersi sempre vittime di un qualcosa di esterno senza esaminare la propria parte di responsabilità e giustificando quindi azioni atroci innalzando sopra di esse una bandiera di giustizia.

Ma se dal piano sociale scendiamo a quello individuale e famigliare, a noi più vicino, il fenomeno del trovare il colpevole fuori di noi e conferire ad esso la responsabilità per le nostre sofferenze e per la nostra mancata autorealizzazione si fa estremamente evidente.
Sentirsi in colpa costa meno sforzo di fare concretamente qualcosa per rimediare ad un errore ma alla lunga si rivela svantaggioso.
In realtà l’assumersi concretamente la responsabilità della propria vita, dei propri pensieri, emozioni e comportamenti e dare un calcio al peso ossessionante dei sensi di colpa rappresenta l’unica strada per una serena realizzazione.

(Paolo Baiocchi - da “Responsabilità e sensi di colpa”)

Immagine: Opera di Jeff Stanford - "Anchored to the New"

11/08/2026

Le radici non appartengono al luogo della nascita
ma a quello dove scegliamo,
consapevolmente, di appartenere.

Non sempre coincidono con la casa d’infanzia,
con le strade che ci hanno visto crescere,
con le lingue che abbiamo imparato
prima ancora di sapere parlare.

A volte ci accorgiamo che lì, dove siamo nati,
non c’è spazio per espandersi,
che l’aria ci sta stretta
e le aspettative pesano più dell’affetto.

Le radici vere si formano quando
smettiamo di compiacere,
quando iniziamo a chiederci chi siamo davvero,
cosa ci nutre, cosa ci fa sentire vivi e interi.

Sono una scelta, non una condanna.

Radicarsi è un processo lento,
fatto di prove, errori, distacchi e ritorni.
È qualcosa che succede dentro prima che fuori.
Inizia quando ci sentiamo accolti senza doverci spiegare, quando smettiamo di difenderci
e possiamo finalmente respirare.

Ci sono luoghi, relazioni, spazi mentali
che ci fanno sentire a casa più di ogni mappa.
Sono quelli dove possiamo stare senza maschere,
dove non ci vergogniamo di avere bisogno,
dove non siamo solo "quello che facciamo"
ma "chi siamo" e va bene così.

Le radici non sono una nostalgia,
ma una direzione.
Non dicono da dove veniamo,
ma dove stiamo scegliendo di andare
restando fedeli a noi stessi.

Radicarsi è smettere di scappare,
non dagli altri, ma da sé.
È restare.
Restare dove si cresce,
anche se fa paura.
Anche se fa fatica.

Perché alla fine,
le radici non cercano la terra perfetta.
Cercano un posto dove possiamo fiorire,
anche imperfetti.

(Luana Sanvidotto - "Radici")

Immagine: Opera di Diana Yevtukh

L’amore è incondizionato. La paura è piena di condizioni.Sul sentiero della paura, ti amo solo se ti lasci controllare d...
07/08/2026

L’amore è incondizionato. La paura è piena di condizioni.

Sul sentiero della paura, ti amo solo se ti lasci controllare da me, se sei buono con me, se ti adatti all’immagine che mi sono fatto di te.
Creo un’ immagine di come dovresti essere, e poiché non sarai mai così, ti giudico e ti trovo colpevole.

Sul sentiero dell’amore, non ci sono se, non ci sono condizioni.
Ti amo senza nessun motivo, senza giustificazioni. Ti amo così come sei.
Se non mi piaci come sei, è meglio che mi trovi qualcun altro.

Non abbiamo il diritto di cambiare gli altri, e nessuno ha il diritto di cambiare noi.
Se cambiamo sarà soltanto perché siamo noi a volerlo.

(Miguel Ruiz - da "La padronanza dell’amore")

Immagine: Dipinto di Sarah Thomas - "Spring Light"

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