03/10/2026
Nessuno insegna come si chiude una terapia.
Si parla di obiettivi raggiunti, di autonomia, di “internalizzazione dell’oggetto”.
Non si parla mai del nodo in gola.
Del modo in cui una persona sistema la giacca un po’ più piano.
Del «allora è proprio oggi» detto sorridendo, come se il sorriso potesse rendere decente un lutto piccolo e reale.
Per mesi, a volte anni, quella stanza è stata un appuntamento con sé.
Un luogo in cui esistere senza doversi spiegare.
Poi arriva il giorno in cui quel luogo deve smettere di esserci.
Non perché sia andato storto.
Proprio perché, in qualche modo, ha funzionato.
Chiudere non è concludere.
Chiudere è accettare che qualcosa di prezioso finisce senza diventare un monumento. Non qualcosa di immobile o perfetto, ma un nuovo modo di essere in divenire.
Guardo la persona di fronte a me e vedo insieme tutte le versioni che ho conosciuto.
Quella del primo giorno, rigida, formale, spaventata.
Quella che un pomeriggio ha odiato questa stanza.
Quella che ha pianto disperata. E che poi ha riso con me.
Quella che un lunedì è tornata dopo aver giurato che non sarebbe più venuta.
Adesso è qui, più intera e ancora incompleta -come si è, quando si è umani.
C’è una gratitudine che in questi minuti diventa quasi ingestibile.
Non è orgoglio professionale.
È lo stupore di essere stato ammesso così a lungo nella vita di qualcuno.
Di aver visto cambiare un volto.
Di aver condiviso un tempo che il resto del mondo non ha visto.
E c’è anche un vuoto, il mio, che non posso mettere in mezzo.
Domani, a quest’ora, quella sedia sarà di un altro. O resterà vuota.
E io dovrò fare spazio senza cancellare.
Tenere il ricordo senza trattenerlo.
Lasciar andare senza far finta che non sia accaduto nulla.
Sulla soglia succedono gesti piccoli e preziosi.
Una stretta di mano più lunga.
Un abbraccio.
Un «mi prenderò cura di me» detto con voce tremante.
Un «grazie» che contiene troppe cose per stare in una parola.
Rispondo grazie anch’io.
E lo penso davvero.
Perché ogni fine mi ricorda che questo lavoro non produce eternità.
Produce passaggi.
Produce persone che imparano a portarsi dietro una presenza, anche quando la presenza non c’è più.
Poi la porta si chiude.
Resto un po’ fermo, come dopo le sedute più dense.
Non per trattenere.
Per salutare in silenzio ciò che è stato: due sconosciuti che, per un tratto di strada, hanno camminato nella stessa stanza senza mentire.
Se la terapia è riuscita, quella persona uscirà e un giorno -in una cucina, in una crisi, in una gioia- sentirà ancora una voce interna che stavolta non è la mia.
Sarà la sua.
Un po’ più capace di stare.
Un po’ meno sola.
Questo è il vero congedo.
Non «non ci vediamo più».
Ma: adesso puoi vederti tu.
Oscar Travino