12/08/2026
Il costo dell'assistenza non può ricadere tutto sulle famiglie e tutto sulle spalle degli operatori
Da anni, parlando di assistenza, sento ripetere che "costa troppo".
È vero.
Ma bisogna avere il coraggio di chiederci perché costa troppo e chi sta pagando davvero quel costo.
Prendiamo un esempio concreto. Un'ora di assistenza regolarmente fornita può arrivare a costare a una famiglia cifre che si avvicinano anche ai 27/28 euro. All'operatore che quella prestazione la svolge, alla fine, rimane una cifra molto più bassa, nell'ordine degli 8 euro.
Naturalmente tra queste due cifre ci sono contributi, ferie, tfr, malattia, assicurazioni e tutti gli altri costi necessari per avere un rapporto di lavoro regolare. Ma il dato sostanziale rimane: la famiglia paga molto e chi materialmente presta l'assistenza riceve relativamente poco.
E allora forse il problema non è soltanto quanto costa l'assistenza.
È come è costruito il costo dell'assistenza.
Io penso che serva una riforma radicale del costo del lavoro nei servizi sanitari, socioassistenziali e di assistenza alla persona.
Non una riforma fatta per aumentare i margini delle cooperative.
Anzi, esattamente il contrario.
Le cooperative che erogano assistenza devono essere efficienti. Devono imparare a stare dentro costi sostenibili. Devono ridurre gli sprechi, evitare strutture sovradimensionate e contenere tutti i costi che non producono direttamente assistenza.
Una cooperativa non può chiedere continuamente alle famiglie di pagare di più perché ha una struttura organizzativa troppo costosa.
Prima viene il servizio. Poi tutto il resto.
È anche quello che cerchiamo di fare noi.
Abbiamo ridotto i costi all'essenziale e oggi circa il 90% dei nostri costi è rappresentato dal personale.
Questo significa una cosa molto semplice: non esiste più un grande margine da comprimere.
Se voglio pagare meglio chi lavora, il costo aumenta.
Se aumento la tariffa, paga di più la famiglia.
Se non aumento la tariffa, il lavoratore non può essere pagato meglio.
E qui si arriva al punto.
Quando il costo di un servizio è costituito quasi interamente dal lavoro umano, non puoi risolvere il problema semplicemente chiedendo alla cooperativa di "tagliare i costi".
A un certo punto non hai più costi da tagliare.
Hai persone.
Persone che devono essere pagate.
Persone che devono avere contributi previdenziali adeguati.
Persone che devono poter costruire una pensione dignitosa.
E famiglie che devono poter acquistare l'assistenza senza essere economicamente messe in ginocchio.
Per questo penso che serva un nuovo modello nazionale per il costo dell'assistenza.
Il principio dovrebbe essere molto semplice: il lavoratore deve guadagnare di più, la famiglia deve pagare meno e la pensione futura del lavoratore non deve essere penalizzata.
Per ottenere questo risultato non basta ridurre di qualche punto il cuneo fiscale.
Servirebbe un regime fiscale e contributivo specifico per il lavoro assistenziale.
Lo Stato dovrebbe riconoscere che un'ora trascorsa da un operatore accanto a una persona anziana, disabile o fragile ha un valore sociale particolare.
Non perché quel lavoro valga più o meno degli altri di per sé.
Ma esattamente perché vale di più per la collettività.
Immagino quindi un sistema nel quale venga stabilito un costo sociale riconosciuto dell'ora di assistenza.
Si parte dalla retribuzione che deve essere garantita al lavoratore.
Si garantisce la piena contribuzione previdenziale.
Si riconoscono i costi indispensabili per organizzare il servizio.
Si stabilisce una tariffa massima sostenibile per la famiglia.
E la differenza necessaria viene coperta attraverso un intervento pubblico strutturale sul costo del lavoro.
Non un contributo generico alla cooperativa.
Un sostegno legato all'ora di assistenza realmente erogata e alla persona che ne ha bisogno.
Questo è fondamentale.
Se una persona ha bisogno di 20 ore di assistenza, il sostegno deve riguardare quelle 20 ore.
Se ne servono 80, riguarderà quelle 80.
In questo modo il denaro pubblico non finanzia semplicemente la struttura. Finanzia il lavoro necessario per garantire un diritto sociale.
Ma ci deve essere anche un'altra condizione.
Il beneficio pubblico non deve trasformarsi in maggiore margine per il gestore.
La tariffa deve essere trasparente.
La quota destinata al lavoratore deve essere tutelata.
La contribuzione previdenziale deve essere piena.
E il beneficio della parte di sostegno pubblico destinata a ridurre il prezzo deve arrivare realmente alla famiglia.
In sostanza, bisogna creare un meccanismo nel quale sia difficile trasformare il sostegno pubblico in profitto o in costi organizzativi aggiuntivi.
Le cooperative dovrebbero quindi lavorare con tariffe definite sulla base di parametri chiari, non costruire il prezzo finale scaricando sulla famiglia qualsiasi costo della propria organizzazione.
Se una cooperativa vuole una sede faraonica, dovrà chiedersi se può permettersela.
Se vuole una struttura dirigenziale sovradimensionata, dovrà pagarla con le proprie risorse.
Se vuole riconoscere premi molto elevati ai propri vertici, dovrà trovare il modo di farlo senza aumentare artificialmente il costo dell'assistenza.
Non è il compito della famiglia finanziare l'inefficienza organizzativa.
E non è nemmeno il compito dell'operatore rinunciare a una parte del proprio reddito perché una struttura non è capace di organizzarsi.
Naturalmente non sto dicendo che le cooperative non debbano avere costi amministrativi o una direzione.
Sto dicendo che il costo dell'assistenza deve essere costruito partendo dal valore dell'assistenza, non dalla dimensione della struttura che la eroga.
Questo modello avrebbe anche un altro effetto.
Premierebbe le organizzazioni efficienti.
Una cooperativa che riesce a mantenere bassi i costi non direttamente assistenziali avrebbe più spazio per migliorare le condizioni dei propri operatori.
Una cooperativa con costi amministrativi e organizzativi eccessivi sarebbe invece costretta a rivedere il proprio modello.
Non sarebbe più possibile aumentare semplicemente la tariffa per coprire tutto.
E questo sarebbe un bene anche per il settore.
Perché oggi abbiamo un problema che riguarda tutti.
Le famiglie fanno sempre più fatica a sostenere il costo dell'assistenza.
Gli operatori fanno fatica a vivere con retribuzioni che spesso non riflettono la responsabilità e la delicatezza del loro lavoro.
Le cooperative fanno fatica a mantenere servizi di qualità senza aumentare continuamente le tariffe.
E intanto la popolazione invecchia e il bisogno di assistenza cresce.
Continuare così non è una soluzione.
Serve una scelta politica.
L'assistenza alla persona deve essere considerata un settore strategico del welfare nazionale.
Non un normale servizio commerciale.
Non si può chiedere a una famiglia di pagare integralmente il costo di una necessità che deriva dalla non autosufficienza, dalla disabilità o dall'invecchiamento.
E non si può nemmeno chiedere a chi svolge questo lavoro di accettare stipendi bassi in nome della sostenibilità del sistema.
La soluzione non è pagare meno chi assiste.
La soluzione non è far pagare di più chi ha bisogno.
La soluzione è ridurre il costo strutturale del lavoro assistenziale attraverso la fiscalità generale, mantenendo piena la contribuzione previdenziale e facendo arrivare il beneficio contemporaneamente al lavoratore e alla famiglia.
In altre parole: più soldi a chi lavora, meno soldi richiesti a chi ha bisogno, nessuna penalizzazione pensionistica e nessun assegno in bianco alle strutture.
Questo, secondo me, dovrebbe essere il punto di partenza di una vera riforma del costo del lavoro nell'assistenza.
Perché se continuiamo a considerare un'ora di assistenza semplicemente come "un'ora di lavoro che deve essere pagata dalla famiglia", prima o poi renderemo l'assistenza un lusso, anzi a dirla tutta, per moltissimi già lo è.
E una società civile non può permetterselo.