23/10/2026
Il corpo delle donne, da che abbiamo memoria collettiva, esiste nel mondo come oggetto, poco soggetto, per niente dotato di voce propria capace di autodeterminarsi, ma sempre narrato da altri. Simbolo, mito, mostro, fantasia e mistero, il corpo femminile ha sempre rappresentato un “prodotto del creato” da dominare tramite dogmi sociali, culturali e pratiche mediche che nel tempo si sono tradotte in fantasiose interpretazioni sull’anatomia femminile: teorie che riducono la donna alla sua dimensione corporea. Destinata al parto, all’allattamento, all’affettività e alla cura, per cui incapace di giudizi equilibrati, assoggettata agli istinti, agli affetti, agli impulsi. Un insieme di specifiche corporali e di conseguenza caratteriali che solo lo sguardo maschile, il rigore e Dio, possono contenere, disciplinare e curare.
Mutilata nella voce e nel sesso, la donna (e la società) ha quindi interiorizzato – evolvendolo certo – un modo di stare al mondo funzionale. Utile, produttivo e circoscritto al male gaze anche nella risposta sanitaria che le viene offerta.
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