04/10/2026
In questi giorni diversi giornali hanno raccontato il primo trattamento al mondo di un tumore del pancreas con una sorta di "colla radioattiva", eseguito al Policlinico Gemelli di Roma, e confesso che i titoli, per quanto suggestivi, mi hanno incuriosito quanto basta per andare ad approfondire, perché dietro la definizione si nasconde una tecnologia davvero interessante, seppur ancora sperimentale.
Si chiama YntraDose e combina microsfere contenenti ittrio-90, un radionuclide che emette radiazione beta, con una speciale "biocolla" che, dopo l'iniezione, forma rapidamente una matrice polimerizzata capace di trattenerle nella sede di deposito. In questo modo la sorgente radioattiva viene portata direttamente dentro la massa tumorale, dove gli elettroni beta emessi dall'ittrio-90 possono danneggiare il DNA delle cellule raggiunte, con l'obiettivo di distruggere il tessuto neoplastico. È il principio della radioterapia interna localizzata, applicato direttamente al tumore pancreatico.
L'ittrio-90 vanta già una lunga frequentazione con la medicina nucleare, dove viene impiegato per esempio nelle microsfere della radioembolizzazione di alcuni tumori epatici, e a cambiare sono soprattutto la via di somministrazione, la sede di deposito e il modo in cui le microsfere vengono trattenute. Nella radioembolizzazione le microsfere raggiungono il fegato attraverso il circolo sanguigno, mentre con YntraDose vengono iniettate direttamente dentro il tumore tramite un accesso percutaneo, con uno speciale ago che attraversa la parete addominale sotto guida ecografica o TC/CBCT. La procedura è mini-invasiva e si svolge in anestesia locale, con eventuale minima sedazione.
Il primo trattamento al Gemelli ha riguardato una donna di 63 anni con adenocarcinoma duttale del pancreas localmente avanzato e inoperabile. La procedura è stata eseguita dal professor Roberto Iezzi ed è durata circa un'ora e, secondo quanto riportato dal Gemelli, non sono state osservate complicanze postoperatorie. I controlli successivi hanno mostrato la corretta deposizione del radiofarmaco nella sede prevista, senza dispersione o captazione al di fuori dell'area trattata. Si tratta di un risultato importante soprattutto sul piano della fattibilità tecnica e della possibilità di confinare il radiofarmaco nella sede di trattamento.
La procedura rientra infatti in uno studio clinico internazionale di fattibilità precoce, identificato come NCT07155850, che valuta YntraDose in pazienti con adenocarcinoma duttale del pancreas localmente avanzato e irresecabile, in aggiunta alla chemioterapia standard, con una casistica ridottissima pari a 10 pazienti. Gli obiettivi iniziali riguardano soprattutto la sicurezza, la tollerabilità e appunto la fattibilità tecnica, compresa la possibilità di posizionare correttamente il materiale radioattivo all'interno del tumore. Vengono inoltre osservati alcuni indicatori di risposta, tra cui l'imaging, la valutazione della risposta metabolica, l'andamento del CA 19-9 (un marcatore tumorale), i sintomi e la qualità di vita. Di conseguenza, mancano ancora i dati per affermare che YntraDose aumenti la sopravvivenza, riduca la mortalità o possa consentire ad alcuni pazienti inizialmente non resecabili di diventare operabili. Proprio quest'ultima possibilità rientra nell'ipotesi alla base dell'approccio neoadiuvante: nel carcinoma pancreatico localmente avanzato il tumore può coinvolgere le strutture vascolari in modo tale da precludere in partenza la resezione chirurgica, e la strategia sperimentale consiste nel combinare la chemioterapia standard con una dose di radioterapia molto concentrata direttamente nella massa tumorale, per verificare se un migliore controllo locale della malattia possa creare le condizioni per una successiva resezione. Si tratta di un'ipotesi clinica che lo studio sta cercando di verificare.
I dati precedenti sulla tecnologia meritano di essere analizzati con la giusta prospettiva. YntraDose, in passato denominata BAT-90, è già stata studiata in due studi first-in-human, tra cui uno su sette pazienti con carcinoma epatocellulare irresecabile e uno su 13 pazienti con carcinoma duttale in situ della mammella. Tali esperienze offrono quindi una prima conoscenza clinica della piattaforma, soprattutto sul piano della sicurezza e della fattibilità, mentre l'efficacia nel carcinoma pancreatico resta tutta da dimostrare. Esistono poi dati preclinici specifici sul pancreas, compresi studi su modelli animali, che hanno contribuito a fornire la base per avviare la sperimentazione clinica (conviene in ogni caso tenere sempre ben distinta l'evidenza preclinica da quella clinica nell'uomo).
YntraDose è dunque una tecnologia ancora in fase di sviluppo. Che cosa possiamo dire oggi, allora?
Essenzialmente disponiamo del primo trattamento nell'uomo per il carcinoma pancreatico localmente avanzato e inoperabile e, nel primo caso, di una procedura tecnicamente riuscita, senza complicanze immediate riportate e con una corretta deposizione del radiofarmaco nei controlli delle prime settimane. Quello che resta da ottenere pesa molto di più, perché occorre dimostrare che tutto ciò produca un beneficio clinico per i pazienti, e per riuscirci servirà capire se il tumore risponde, quanto dura la risposta, quale profilo di sicurezza emerga su una casistica più ampia, se alcuni pazienti possano diventare operabili e soprattutto se la strategia riesca a migliorare gli esiti clinici rispetto alle terapie disponibili.
Per ora, sicuramente un buon passo è stato compiuto.
Fonti nei commenti.