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Da anni ci proviamo e finalmente siamo riusciti ad avere un corso di Gyrokines.Un percorso completo, che unisce i benefi...
25/10/2026

Da anni ci proviamo e finalmente siamo riusciti ad avere un corso di Gyrokines.
Un percorso completo, che unisce i benefici di più discipline.
Ti aspettiamo!

"Sperimentare la dolcezza dell'unità, aprire il cuore e sostenere il cuore dell'altro"La lezione di Anusara Yoga di stas...
22/10/2026

"Sperimentare la dolcezza dell'unità, aprire il cuore e sostenere il cuore dell'altro"

La lezione di Anusara Yoga di stasera con ci ha donato un momento di pura poesia.

Ogni cosa è illuminata ✨

22/10/2026
"Io sono foglia"FigliaFagliaDanzanteLeggeraPiena di vitaContinua il nostro viaggio a passo di Danza tra le foglie e le p...
20/10/2026

"Io sono foglia"
Figlia
Faglia
Danzante
Leggera
Piena di vita

Continua il nostro viaggio a passo di Danza tra le foglie e le pagine di "Io sono foglia"

Angelo Mozzillo
Marianna Balducci



14/10/2026

📍In Giappone c'è chi, per lavoro, va a bussare ogni settimana alla porta di uno sconosciuto. Sapendo che, per mesi, quella porta non si aprirà.

La chiamano rental onee-san. "Sorella maggiore in affitto".

Il nome fa sorridere, ma il lavoro è serissimo. Dall'altra parte di quella porta c'è una persona che non esce dalla sua stanza da mesi. A volte da anni. Non va a scuola, non lavora, non vede gli amici. Esce dalla camera solo di notte, quando la casa dorme, per prendere qualcosa da mangiare. I genitori le lasciano il vassoio davanti alla porta e sentono la sua presenza solo dai rumori.

In Giappone, queste persone hanno un nome: hikikomori. Viene dal verbo hikikomoru, "ritirarsi", "chiudersi dentro". Il termine è diventato famoso alla fine degli anni Novanta, grazie a uno psichiatra, Tamaki Saitō, che ne aveva fatto il titolo di un libro. Il Ministero della Salute giapponese lo definisce così: una persona che per più di sei mesi resta quasi sempre in casa e non partecipa alla vita sociale.

Quante sono? Nel 2023 un'indagine del governo ha stimato circa un milione e quattrocentosessantamila persone tra i 15 e i 64 anni. Non solo ragazzi. Ci sono adulti chiusi in camera da vent'anni, con genitori ormai anziani che li accudiscono ancora. È un fenomeno così diffuso che in Giappone ha un nome anche quello: il "problema 8050", genitori di ottant'anni che si occupano di figli di cinquanta.

Ed è qui che entrano le sorelle in affitto.

Negli anni Novanta, nella prefettura di Chiba, vicino a Tokyo, un'associazione chiamata New Start comincia a fare una cosa che sembra quasi ingenua. Quando una famiglia chiede aiuto, non manda un medico. Non manda un assistente sociale con un modulo. Manda una persona giovane, gentile, che non ha nessun potere su chi sta in quella stanza. Una specie di sorella maggiore. O di fratello maggiore, perché ci sono anche quelli.

E quella persona comincia dalle lettere.

Scrive. Una lettera alla settimana, infilata sotto la porta o lasciata ai genitori. Lettere semplici: chi sono, cosa ho fatto oggi, ho visto questo e ho pensato a te. Nessuna domanda insistente. Nessuna richiesta di uscire. Spesso non arriva nessuna risposta. Per settimane. Per mesi.

Poi, un giorno, comincia a ve**re di persona. Si siede in corridoio, davanti alla porta chiusa, e parla. Del tempo, di un film, di niente. Dall'altra parte, silenzio. A volte un rumore. A volte, dopo molte visite, una voce che risponde una parola sola.

Ci vuole quasi sempre un tempo lunghissimo. Mesi, a volte un anno intero, prima che la porta si apra anche solo di qualche centimetro. E quando si apre, il lavoro vero comincia: un tè insieme, una passeggiata fino al konbini, il minimarket di quartiere, sotto casa, poi magari, piano piano, una giornata fuori.

Quello che colpisce, in questo metodo, non è la tecnica. È la pazienza.

Nessuno sfonda quella porta. Nessuno grida "adesso basta, esci". Nessuno la chiama pigrizia, capriccio, mancanza di volontà, come succede così spesso. La persona chiusa dentro decide lei quando aprire. Chi sta fuori fa solo una cosa, ma la fa per mesi: torna. Torna la settimana dopo, e quella dopo ancora, e anche quella in cui sembra inutile. Fa sapere, senza dirlo, che dall'altra parte della porta il mondo c'è ancora, e che non ha fretta.

Fermati un momento su questa immagine.

Una persona seduta in un corridoio, che parla a una porta chiusa. Senza sapere se qualcuno la sta ascoltando.

Perché quella stanza, in fondo, la conosciamo un po' tutti. Non per forza una stanza vera. A volte è un periodo. Un lutto, una delusione, una vergogna, una stanchezza così grande che a un certo punto chiudere la porta sembra l'unica cosa sensata. Non rispondere ai messaggi. Rimandare la telefonata. Dire "sto bene" per non dover spiegare. Restare dentro, perché fuori fa troppo rumore.

A me è capitato. Non per anni, ma per un periodo sì. Mi ricordo che le parole che mi hanno aiutata di più non erano quelle che mi chiedevano di uscire. Erano quelle che non mi chiedevano niente. Un messaggio arrivato senza bisogno di risposta. Qualcuno che diceva "ci sono" e poi lo dimostrava tornando, senza offendersi del mio silenzio.

E forse, se oggi c'è una porta chiusa nella tua vita, una persona che si è ritirata e che non sai più come raggiungere, questa storia dice anche qualcosa a te. Che non serve la frase perfetta. Che il tuo silenzio paziente dall'altra parte della porta non è tempo perso. Che chi sta dentro sente i passi, anche quando non risponde.

Certe porte non si aprono con la forza. Si aprono da dentro, quando chi sta dietro sente che fuori qualcuno sta ancora aspettando.

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14/10/2026

📍In Giappone c'è un proverbio: è sciocco chi non sale mai sul monte Fuji. Ma è sciocco anche chi ci sale due volte.

In giapponese suona così: Fuji-san ni ichido mo noboranu baka, nido noboru baka. Sciocco chi non ci sale neanche una volta. Sciocco chi ci sale due.

La prima metà si capisce subito. La seconda, la prima volta che la senti, sembra una battuta. Perché mai dovrebbe essere sciocco tornare sulla montagna più bella del Giappone?

Per capirlo, bisogna sapere com'è davvero salire sul Fuji.

È alto 3.776 metri. È la montagna più alta del Giappone, ed è sacra da secoli. Si può salire solo d'estate, da inizio luglio a inizio settembre, quando la neve si è sciolta e i sentieri sono aperti. In quei due mesi ci provano circa duecentomila persone.

Quasi tutti fanno la stessa cosa. Arrivano in autobus alla quinta stazione, a circa 2.300 metri. Partono nel pomeriggio o la sera. Salgono al buio, con la torcia in fronte, su un sentiero di ghiaia vulcanica che gira a zig zag sul fianco del vulcano. Da lontano, di notte, sembra un filo di lucine che sale verso il cielo. Si fermano qualche ora in un rifugio, stretti uno accanto all'altro, a dormire poco o niente. E ripartono in piena notte.

Perché la cosa che vogliono vedere arriva all'alba.

Il sorgere del sole visto dalla vetta del Fuji ha un nome tutto suo. Si chiama goraikō, "l'arrivo della luce". Sei sopra le nuvole. Il mare di nuvole, sotto di te, comincia a diventare rosa, poi arancione, poi d'oro. E a un certo punto il sole spunta, e l'ombra della montagna si allunga sulle nuvole come un triangolo perfetto.

Chi l'ha visto, dice che è una delle cose più belle della sua vita.

Ma per arrivarci, si fatica. L'aria è sottile, e a tanti viene mal di testa. Sulla vetta, all'alba, anche ad agosto, fa un freddo vicino allo zero. Nell'ultimo tratto c'è la coda, perché tutti vogliono arrivare in cima nello stesso momento. E la discesa, sulla ghiaia che scivola, è lunga e dura per le ginocchia.

Adesso il proverbio si capisce meglio.

Sciocco chi non ci sale mai, perché si perde una delle cose più belle che esistano.

Sciocco chi ci sale due volte, perché la seconda volta sa già tutto. Sa del freddo, della coda, del mal di testa, delle ore al buio. E sale cercando l'alba della prima volta. Quella meraviglia. Quel silenzio. Quelle lacrime venute da sole.

Solo che la prima volta non torna. Non perché la montagna sia cambiata. La montagna è sempre la stessa. È cambiato chi sale. La prima volta non sapeva cosa l'aspettava, e quel non sapere era metà della meraviglia.

Non tutti, ovviamente, lo prendono alla lettera. C'è chi il Fuji lo sale ogni estate, e ci trova ogni volta qualcosa di nuovo. Ma il proverbio non parla davvero della montagna. Parla di noi.

Perché tutti abbiamo un Fuji su cui siamo saliti due volte.

Il posto della vacanza perfetta, dove siamo tornati anni dopo sperando di ritrovare quell'estate. La cena con i vecchi amici, organizzata per rifare la serata più bella di tutte, finita con qualche silenzio di troppo. Il ristorante del primo appuntamento. La città dove eravamo felici. Il film che ci aveva cambiato la vita, rivisto e trovato quasi normale.

Andiamo lì con un'aspettativa precisa: rivivere. E quando non succede, ci sembra che qualcosa si sia rovinato. Che il posto sia peggiorato. Che noi siamo peggiorati.

Mi è capitato di tornare in un posto dove ero stata felicissima, convinta di ritrovarci quella sensazione intatta. Il posto c'era, uguale. La sensazione no. E per un po' ho pensato di aver sciupato qualcosa, di aver rovinato anche il ricordo.

Poi ho capito che il proverbio giapponese è molto più gentile di come sembra.

Non dice che la prima volta non vale niente. Dice il contrario. Dice che la prima volta è già completa. Che non ha bisogno di essere rifatta per esistere. Che quell'alba è tua per sempre, anche se non la rivedrai mai più così.

Non c'è bisogno di risalire per tenerla. Basta non chiederle di ripetersi.

Certe cime si salgono una volta sola. Non perché la seconda sia vietata, ma perché la prima te la porti dietro per tutta la vita.

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14/10/2026

In Giappone, quando qualcuno arriva tardi nella vita, non si dice che è in ritardo. Si dice che è un vaso grande.

Sono quattro caratteri: 大器晩成, taiki bansei. Uno di quei detti di quattro ideogrammi, gli yojijukugo, che in Giappone si imparano a scuola e poi ritornano per tutta la vita. Nei discorsi degli insegnanti, nelle interviste agli sportivi, nelle biografie, nelle frasi scritte col pennello e appese al muro.

Alla lettera: "il grande vaso si compie tardi".

La frase non è nata in Giappone. È molto più antica. Viene dal Tao Te Ching, il libro attribuito al saggio cinese Laozi, scritto più di 2000 anni fa. In un capitolo pieno di paradossi, Laozi scrive che il grande quadrato non ha angoli, il grande suono quasi non si sente, la grande immagine non ha forma. E il grande vaso si compie tardi.

I giapponesi l'hanno presa e ne hanno fatto una cosa di tutti i giorni. Una frase gentile, da dire a qualcuno.

Per capirla davvero bisogna pensare a come si fa un vaso.

Chi lavora l'argilla lo sa. Una tazzina si modella in pochi minuti. Asciuga in fretta, va in forno, ed è pronta. Un vaso grande no. Ha bisogno di più argilla, di più tempo al tornio, di mani più pazienti. E soprattutto ha bisogno di asciugare piano. Se lo metti al sole per fare prima, le pareti si seccano in modo diseguale, e si crepa. Più il vaso è grande, più deve essere lento. Non per un difetto. Per una legge della materia.

Una cosa che contiene di più ha bisogno di più tempo per diventare se stessa.

Il giapponese ha anche un'altra parola per tutto questo, ancora più tenera. Osozaki (遅咲き), "fioritura tardiva". Si dice dei fiori che sbocciano dopo gli altri, e si dice delle persone. Un'attrice che diventa famosa a cinquant'anni è osozaki. Chi pubblica il primo libro da pensionato è osozaki. Non è un'etichetta triste. È quasi un complimento.

Adesso pensa a come parliamo noi, di queste stesse persone.

Diciamo che sono "in ritardo". Che "ormai è tardi". Che hanno "perso il treno". Che a una certa età bisognerebbe "aver capito cosa si vuole", "essere a posto", "essere sistemati". Abbiamo in testa una specie di orario ferroviario della vita, con le stazioni e le ore di arrivo: a tanti anni il lavoro, a tanti la casa, a tanti tutto il resto. E chi non è sul binario giusto all'ora giusta si sente fuori posto.

Mi è capitato, certe sere, di guardare le vite degli altri e sentirmi indietro su tutto. Gli altri avevano già capito, già costruito, già trovato. Io ero ancora lì a cercare. È una sensazione che pesa, perché non dice solo che sei indietro. Ti sussurra che forse è colpa tua.

Taiki bansei rovescia questo pensiero con una delicatezza che ancora mi sorprende.

Non nega il ritardo. Non dice "ma no, sei puntuale". Ammette che ci hai messo di più. Ma cambia la ragione. Non ci hai messo di più perché vali di meno. Ci hai messo di più perché dentro di te c'era più spazio da formare.

E c'è un dettaglio, su questa frase antica, che amo ancora di più.

Nel 1973, in Cina, in una tomba di Mawangdui, gli archeologi trovarono delle copie del Tao Te Ching scritte su seta. Erano più antiche di tutte le versioni conosciute fino ad allora. E in una di quelle copie, la frase sul grande vaso è scritta in modo leggermente diverso. Secondo molti studiosi non dice "il grande vaso si compie tardi". Dice qualcosa come "il grande vaso non si compie mai".

Forse è proprio questo il punto. Le persone più grandi non sono quelle che arrivano tardi alla loro forma definitiva. Sono quelle che non smettono mai di prenderla. Che a qualunque età restano ancora un po' argilla. Ancora un po' aperte. Ancora capaci di cambiare.

Se c'è un momento in cui ti senti indietro, in cui sembra che gli altri siano già pronti e tu ancora no, prova a immaginare la tua vita come la guarderebbe un vasaio giapponese.

Non un treno perso. Un vaso grande, che sta asciugando piano. Perché non si crepi.
Elenagiappone

14/10/2026

Brividi e mistero.
Laboratorio di disegno per bambini
Ti aspettiamo!

Indirizzo

Via Emanuele Filiberto 4
Milan
20149

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 22:00
Martedì 09:00 - 22:00
Mercoledì 09:00 - 22:45
Giovedì 09:00 - 22:30
Venerdì 09:00 - 23:00
Sabato 09:00 - 20:00
Domenica 09:00 - 21:00

Telefono

3391306568

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