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Ci sono cose che impariamo soltanto vivendo una relazione. Una di queste è che la sua bontà, autenticità e solidità non ...
26/10/2026

Ci sono cose che impariamo soltanto vivendo una relazione. Una di queste è che la sua bontà, autenticità e solidità non si misurano nelle prime settimane, quando abbiamo le famose fette di salame sugli occhi e sentiamo le farfalle nello stomaco.

Si vedono nel tempo, quando l’innamoramento incontra anche gli alti e bassi del rapporto. Quando arrivano momenti in cui non ci si capisce, si discute, ci si arrabbia, si rimane delusi. Quando alle farfalle si sostituiscono, a volte, persino la noia e i dubbi: “È normale? Provo ancora qualcosa?”.

Perché forse una delle cose che capiamo vivendo le relazioni è che l’amore non coincide con le emozioni di un momento. Non è soltanto gioia, adrenalina, brividi o complimenti, così come non si esaurisce nella rabbia, nella delusione o nella noia. È qualcosa che può andare oltre, ma che, per farlo, ha bisogno di essere nutrito e coltivato, giorno dopo giorno, da entrambe le persone.

È qui che entra in gioco la reciprocità: la disponibilità a muoversi l’uno verso l’altra anche quando ci si sente distanti, quando si litiga, quando ci si ferisce e qualcosa sembra essersi incrinato. Persino quando una rottura appare possibile, o ci si è temporaneamente allontanati.

Non significa dover restare a ogni costo, né che ogni relazione possa o debba essere riparata. Ma dove esistono ancora sentimento, rispetto e volontà reciproca, oltre alle emozioni del momento può emergere il desiderio concreto di riparare.

È facile confondere l’intensità con la profondità. Cercare di nuovo l’adrenalina della novità può sembrare più semplice che attraversare il conflitto, la fatica o una fase di noia, e tornare ad alimentare insieme quella fiamma.

Coltivare un amore più maturo richiede invece energia, pazienza e la disponibilità a stare anche con ciò che è scomodo. Non basta sentire: bisogna continuare a scegliersi, in due.

Vi è mai capitato di riconoscere il valore di un rapporto mentre lo vivevate, o soltanto dopo, col tempo?

Se vi risuona, raccontatemelo nei commenti e condividete il post. ❤️ Per un percorso individuale potete scrivermi a [email protected]

25/10/2026

Mi è capitato di vedere condivise le dichiarazioni di Vincenzo De Luca sull’uso della forza da parte delle forze dell’ordine, con commenti favorevoli e contrari. E devo ammettere che, pur pensando che la risposta non stia in uno dei due estremi, ciò che mi colpisce è soprattutto il modo in cui viene proposta la violenza come lezione educativa.

I limiti, i confini e le regole servono. Anche nelle famiglie, dove talvolta abbiamo confuso l’autorevolezza con il diventare amici dei figli, rinunciando al nostro ruolo di adulti. Ma a fare la differenza è come quei limiti vengono posti e fatti rispettare.

Per molto tempo abbiamo dato quasi per scontata un’educazione autoritaria, fatta anche di coercizione e punizioni fisiche, con conseguenze sul benessere emotivo e sulle relazioni. Oggi rischiamo l’estremo opposto: la permissività, l’assenza di confini e la difficoltà a tollerare il conflitto.

Ma la risposta non può essere tornare alla violenza soltanto perché facciamo fatica a esercitare il nostro ruolo.

Se davanti a una regola infranta rispondiamo con la forza come punizione, cosa insegniamo? Che quando qualcuno non fa ciò che vogliamo, imporsi fisicamente sia un modo legittimo per ottenere rispetto, esprimere rabbia e risolvere un conflitto.

Certo, non possiamo confondere l’educazione familiare con l’intervento delle forze dell’ordine. Davanti a un pericolo concreto può essere necessario usare una forza proporzionata per fermare qualcuno e proteggere le persone. Ma è ben diverso dall’incoraggiarla come punizione, magari “senza preoccuparsi”, attribuendole persino un valore pedagogico.

E la differenza passa anche dalle parole degli adulti: possiamo cercare di ridurre uno scontro oppure alimentarlo, presentando la violenza come una risposta desiderabile.

Non si tratta di scegliere tra permissività e repressione. Si tratta di imparare a porre limiti con fermezza, responsabilità e rispetto, senza rinunciare alla relazione e alla dignità dell’altro.

Voi come la vedete? È possibile far rispettare regole e confini senza normalizzare la violenza? Vi leggo nei commenti. 🙃❤️

Chi mi segue da tempo sa che non è la prima volta che ne parlo. Ma ieri sera, dopo pochi minuti di Quarto Grado dedicati...
24/10/2026

Chi mi segue da tempo sa che non è la prima volta che ne parlo. Ma ieri sera, dopo pochi minuti di Quarto Grado dedicati a Pietracatella, ho sentito il bisogno di ribadirlo.

Non contesto che si racconti un’indagine, quando emergono novità. Mi colpisce che si finisca a discutere di presunti tradimenti e dettagli intimi, come se la curiosità li rendesse informazioni necessarie.

È un meccanismo che avevo già contestato parlando di Garlasco e Andrea Sempio: volti riproposti ogni giorno, ipotesi ripetute senza sviluppi sostanziali. Quasi fossimo dentro un enorme Truman Show, nel quale chi finisce nella cronaca perde improvvisamente il diritto di scegliere cosa tenere per sé.

Eppure, essere coinvolti in un’indagine, o attraversare un lutto, non significa dover aprire la propria casa, i propri pensieri e il proprio dolore a telecamere e sconosciuti. Nemmeno se un giorno venissero accertate responsabilità.

Provo a immaginare che succeda a una persona a me cara. Oltre al dolore, dovrei giustificare pubblicamente ogni reazione, mentre sconosciuti discutono delle mie relazioni e fragilità, giudicandomi perfino per strada.

Mi fa male da cittadino. Ancora di più da psicologo, perché conosciamo quanto esposizione, stigma e perdita di controllo sulla propria intimità possano pesare sul benessere psicologico.

Penso ai genitori di Claudio Carlomagno e a Roberto Zaccaria, morto dopo un servizio delle Iene. Vicende diverse, sulle quali sarebbe scorretto attribuire automaticamente ai media la causa di quelle morti. Ma davvero dobbiamo aspettare altre tragedie per interrogarci sui limiti di questo modo di fare cronaca?

Informare è necessario. Indagare e accertare responsabilità, anche. Trasformare la vita privata in una serie a puntate è un’altra cosa.

Noi psicologi abbiamo una deontologia. Quando anche chi alimenta questi processi mediatici metterà dignità, riservatezza e salute mentale prima dell’audience?

Ditemi cosa ne pensate qui sotto e condividete questa riflessione il più possibile. Facciamoci sentire.

24/10/2026

“Io ti vedo.”

Forse queste tre parole racchiudono uno dei significati più profondi di Avatar, un colossal che racconta anche la società in cui viviamo e il nostro rapporto con noi stessi, la natura e gli altri.

Pandora ci ricorda quanto possiamo perdere il contatto con l’essenziale della vita, nella sua difficoltà e semplicità, costruendo barriere proprio dove vorremmo incontrarci.

Abbiamo una storia, fatta di esperienze e apprendimenti, che ci insegna a interpretare ciò che ci circonda attraverso certe lenti. A volte ci aiutano a orientarci e proteggerci, altre ci portano a leggere gli altri attraverso aspettative e pregiudizi, fino a perderne di vista l’unicità.

Per questo, nella mia lettura, “io ti vedo” è anche un invito ad accorgerci di quelle lenti e a provare a guardare oltre. A riconoscere nell’altro una natura vulnerabile come la nostra, insieme alle qualità, ai limiti e alle differenze che lo rendono irripetibile. A incontrarlo senza pretendere che corrisponda all’immagine che ci siamo costruiti di lui, così come noi desideriamo essere riconosciuti per ciò che siamo.

Non significa rinunciare ai confini o giustificare tutto, ma distinguere la persona dalle interpretazioni con cui rischiamo di ridurla.

È semplice da dire, molto meno da vivere. Il nostro cervello si è evoluto anche per classificare, anticipare e giudicare, soprattutto quando temiamo di soffrire. E allora possiamo iniziare da una domanda: cosa cambia nei nostri rapporti quando alziamo quei muri, e cosa accade quando riusciamo, anche solo per un momento, ad abbassarli?

È un lavoro che possiamo fare in terapia, individualmente o in coppia: riconoscere le nostre lenti, comprendere come si sono formate e sperimentare modi diversi di incontrare noi stessi e l’altro.

Ti è mai capitato di sentirti finalmente visto da qualcuno? O di accorgerti che, abbassando le difese, riuscivi a vedere diversamente una persona?

Se ti risuona, salvalo e condividilo. ❤️
Per un percorso individuale o di coppia, scrivimi in DM o a:
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In queste ore tutti parlano delle manifestazioni, degli scontri e delle proteste in Italia. Io, finora, ho preferito non...
23/10/2026

In queste ore tutti parlano delle manifestazioni, degli scontri e delle proteste in Italia. Io, finora, ho preferito non intervenire. Leggendo politici e creator, ritrovavo l’ennesima polarizzazione, dove la complessità cede al consenso.

Parto però da qualcosa che, come persona e psicologo, non riesco ad accettare: che disagio, rabbia o sofferenza diventino una giustificazione per aggressioni, danneggiamenti e violenze.

Comprendere le origini di un comportamento non significa legittimarlo. Vale per le proteste come per tanti fatti di cronaca. Possiamo riconoscere la sofferenza e le sue cause senza cancellare la responsabilità di chi agisce.

Minimizzare la violenza rischia di essere un autogol anche per chi insiste su educazione, prevenzione e inclusione. C’è chi, davanti a certi comportamenti, avverte paura e insicurezza. Liquidare quel bisogno lascia spazio a chi lo sfrutta per alimentare discriminazioni e soluzioni semplicistiche.

Ma sarebbe altrettanto riduttivo fermarsi lì.

Dietro molte proteste ci sono problemi lasciati crescere per generazioni: studio sempre più oneroso, lavoro precario, redditi insufficienti rispetto al costo della vita, affitti e mutui che ostacolano l’autonomia. Pochi servizi, spazi aggregativi e opportunità diseguali, oltre alla crisi climatica. Per alcuni si aggiungono stigma ed esclusione, anche quando sono nati e cresciuti qui.

Chiediamo ai giovani di studiare, lavorare, diventare autonomi, costruirsi una famiglia. Ma quanto facciamo perché possano riuscirci?

Credo nelle regole, nei confini e nella tutela tempestiva di chi è in pericolo. Ma problemi che si trascinano da decenni non si risolvono soltanto punendo e sanzionando, quando il danno è già fatto.

Servono istruzione, servizi psicologici e territoriali accessibili, lavoro dignitoso, inclusione e prevenzione. E scelte politiche capaci di guardare oltre il consenso immediato.

Altrimenti continueremo a mettere pezze sulle conseguenze, senza affrontarne le cause.

Quali bisogni stiamo trascurando? E da dove ripartireste? 🙃

❤️ Condividete la riflessione con chi potrebbe aggiungere un punto di vista.

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