25/09/2026
Caso clinico
▶️ Donna, 50 anni, si presenta nel mio studio riferendo un profondo stato di malessere generale presente da anni.
Nel tempo aveva ricevuto una diagnosi di Fibromialgia, dovuta alla presenza di dolori diffusi, cervicalgia, lombosciatalgia, ipersensibilità cutanea e stanchezza cronica, attacchi di panico. Tuttavia, fin dal primo colloquio clinico, qualcosa non tornava..
🔍 Attraverso un’anamnesi approfondita emerge un elemento fondamentale: oltre dieci anni prima la paziente aveva affrontato un linfoma mediastinico diagnosticato tardivamente.
Il percorso terapeutico era stato estremamente difficile, sia fisicamente che emotivamente, ma fortunatamente concluso con guarigione oncologica completa. Tutti i controlli successivi risultavano negativi.
Nonostante ciò, il suo corpo continuava a vivere in uno stato di allerta permanente.
📚📚 Dal punto di vista neurofisiologico, il quadro appariva compatibile con una persistente disregolazione del sistema nervoso autonomo, verosimilmente secondaria al trauma fisico ed emotivo vissuto durante la malattia oncologica.
Il corpo sembrava non essere mai realmente uscito dalla modalità di sopravvivenza.
Secondo la visione osteopatica e neurovegetativa, il sistema fasciale, viscerale e neurologico possono mantenere memorie adattative di eventi traumatici, soprattutto quando associati a dolore, paura intensa e procedure invasive.
In parallelo, secondo la medicina tradizionale cinese, un trauma profondo e protratto può alterare il libero fluire del Qi, generando stasi energetiche che nel tempo si manifestano attraverso dolore diffuso, alterazioni emotive e disfunzioni viscerali.
Prima seduta – Il corpo entra in ascolto
Durante il primo trattamento decido di lavorare principalmente sulle aree vescicale e renale.
Dal punto di vista osteopatico, l’obiettivo era iniziare un lavoro di regolazione neurovegetativa profonda attraverso strutture strettamente connesse alla risposta allo stress e alla sopravvivenza.
Secondo la medicina cinese, Rene e Vescica rappresentano sistemi energetici profondamente collegati alla paura, alla memoria traumatica e alle risorse vitali dell’organismo.
Durante il trattamento emerge spontaneamente un ricordo legato alla sala operatoria e al parto.
Nel lavoro cranio-sacrale la paziente manifesta improvvisi attacchi di panico.
La seduta dura meno di dieci minuti.
Il corpo aveva reagito immediatamente.
Quando il sistema nervoso percepisce finalmente sicurezza, può iniziare ad abbandonare gli schemi di difesa mantenuti per anni. In alcuni pazienti questo processo avviene in modo estremamente rapido e intenso.
Nei giorni successivi compaiono reazioni molto forti:
sudorazione intensa;
febbre;
insonnia;
profonda stanchezza.
Ma la frase che continuava a ripetermi era:
“Sto malissimo… ma allo stesso tempo mi sento bene. Non so spiegarlo.”
Io invece lo comprendevo bene.
Quel corpo stava finalmente riattivando capacità di autoregolazione rimaste silenziate per anni.
Seconda seduta – Il fegato e la liberazione della stasi
Rivedo la paziente dopo quindici giorni.
Il volto appare diverso, meno contratto.
La sensibilità cutanea è ridotta, il gonfiore diminuito.
Persistono però affaticamento e dolori diffusi.
In questa fase inizio il lavoro osteopatico sull’area epatica.
Dal punto di vista neurofasciale, il fegato rappresenta una struttura centrale nei rapporti tensivi diaframmatici, toracici e autonomici.
Secondo la medicina cinese, il Fegato ha il compito di garantire il libero fluire del Qi e di “drenare” le stagnazioni accumulate nel tempo, comprese quelle emotive.
La seduta dura circa venti minuti.
Dopo pochi minuti la paziente inizia a sudare intensamente e riferisce una sensazione di calore diffuso in tutto il corpo.
Anche questa volta i postumi sono molto intensi:
sudorazioni notturne;
febbre;
debolezza;
stanchezza profonda.
E ancora una volta:
“Mi sento una pezza, dottore… ma allo stesso tempo mi sento bene.”
Terza seduta – Il mediastino e la memoria del trauma
Dopo circa un mese la paziente torna in studio con un cambiamento evidente.
Il corpo appare meno rigido.
L’ipersensibilità cutanea è quasi scomparsa.
Il dolore diffuso si è drasticamente ridotto.
Solo a questo punto decido di lavorare direttamente sul mediastino.
Perché non subito?
Perché non è possibile trattare in profondità un’area traumatizzata senza prima liberare tutto il sistema circostante.
Quel mediastino non custodiva solo una cicatrice fisica.
Custodiva memoria.
La diagnosi del linfoma.
La paura della morte.
Le luci della sala operatoria.
Le ospedalizzazioni.
La lotta.
Durante il trattamento la paziente scoppia in lacrime e compare un leggero tremore corporeo, tipica espressione di scarica neurovegetativa.
Al termine della seduta mi guarda e dice:
“Sento qualcosa che se ne sta andando… come se stesse uscendo dal mio corpo… lo sento arrivare fino ai piedi.”
Questa volta la seduta dura trentacinque minuti.
Postumi? Nessuno.
Solo una sensazione profonda di benessere.
Nei giorni successivi:
i dolori risultano quasi completamente scomparsi;
la pelle non presenta più ipersensibilità;
gli attacchi di panico si riducono drasticamente;
il corpo appare finalmente più libero.
Questo caso mi ha insegnato ancora una volta quanto il corpo possa trattenere nel tempo le tracce di un trauma profondo, anche quando la malattia sembra ormai lontana.
Non sempre ciò che viene definito “fibromialgia” nasce esclusivamente da un dolore muscolare diffuso.
A volte è il linguaggio di un sistema nervoso rimasto intrappolato nella sopravvivenza.
Attraverso il lavoro integrato tra osteopatia, regolazione neurovegetativa e principi della medicina tradizionale cinese, è stato possibile accompagnare la paziente verso una progressiva riattivazione delle sue capacità di autoregolazione.
Probabilmente questo è stato uno dei casi clinici più intensi e significativi della mia vita professionale.