25/10/2026
Sono andata a vedere il nuovo film "Ragione e Sentimento" uscito il 22 ottobre con lo sguardo di chi adora Jane Austen, ma anche con quello di chi, non può fare a meno di interrogarsi su ciò che si muove dietro i comportamenti, i silenzi e le scelte dei personaggi.
Conta più la ragione o il sentimento? La ragione ci protegge dal dolore, ma rischia di allontanarci da noi stessi, disagio emotivo. Il sentimento ci rende più fragili.
Sono uscita dal cinema con una riflessione, che va ben oltre l'amore romantico.
Questa nuova rilettura di Georgia Oakley, mette al centro soprattutto il legame tra Elinor e Marianne.
Sotto la trama romantica c'è un substrato emotivo ed esistenziale molto profondo, tipico di Austen.
Tutto parte da un drammatico evento: la morte del padre, che porta alla precarietà economica.
Il lutto non stravolge solo l'equilibrio affettivo della famiglia Dashwood, ma ne demolisce le certezze. La precarietà economica irrompe nella vita delle due sorelle costringendole a fare i conti con la vulnerabilità, la perdita di status e l'incertezza per il futuro. All'ombra di questa precarietà, si gioca la difficile ricerca di un affetto autentico.
Ed è qui che le due sorelle prendono strade opposte, per proteggersi dal dolore e affrontare il lutto.
Elinor e Marianne non rappresentano semplicemente, la ragione e il sentimento. Rappresentano due modi diversi di affrontare la vulnerabilità.
Elinor contiene, trattiene, riflette, è altruista. Cerca di non aggiungere il proprio dolore a quello degli altri. Di fronte al lutto e al ribaltamento della loro vita, sceglie la ragione come scudo. Ma la ragione, se usata per governare ogni singolo vissuto, rischia di trasformarsi in un' armatura, una difesa troppo rigida. Applicare la logica e il controllo su ogni emozione finisce per anestetizzare il sentire, facendoci vivere in una condizione di ritiro e di sopravvivenza emotiva. Ciò ci allontana gradualmente dalla felicità e da noi stessi.
Marianne, al contrario, non separa ciò che sente da ciò che mostra. Vive le emozioni con intensità, si affida al proprio sentire e fatica ad accettare, che la realtà possa non corrispondere alle sue aspettative. Non coglie l' incongruenza tra ciò che pensa e ciò che accade.
Ma chi delle due, fa bene?
Da terapeuta, trovo interessante leggere questa contrapposizione alla luce degli studi sulla regolazione emotiva. J. Gross, afferma che conoscere le proprie ferite ci aiuta a modificare il modo in cui interpretiamo una situazione. In breve, se ho subito un tradimento penserò che tutti mi tradiranno/abbandoneranno. Solo quando imparerò a leggere la mia ferita, che mi porta a creare un distacco emotivo difensivo verso l'altro, capirò che non è vero che gli altri mi tradiranno/abbandoneranno, ma che sono io che porto l'Altro a farmi allontanare/abbandonare. Devo sapere che il mondo non è nero, ma sono io che ho indossato degli occhiali neri. Questa consapevolezza, farà una differenza enorme e mi proteggerà da disagi emotivi/sofferenza!
Elinor ricorre al controllo, alla soppressione dell'espressione emotiva. È una strategia, che può essere utile per attraversare momenti di crisi e proteggere chi si ama, ma non durevole e efficace quando diventa l'unica soluzione. Impedisce l'elaborazione autentica del dolore e fa diventare il controllo, una rinuncia ai propri bisogni emotivi. La conseguenza è il disagio emotivo profondo.
Marianne, invece, ci ricorda che sentire intensamente, non significa necessariamente comprendere ciò che sentiamo. Un'emozione è reale e autentica, ma non per questo la nostra interpretazione della realtà è sempre reale, soprattutto quando non vogliamo cogliere i macro segnali delle situazioni. La disillusione può diventare un passaggio di crescita: quando riusciamo a distinguere ciò che desideriamo, da ciò che invece la persona reale ci dà. Puoi amare tanto, ma senza un investimento reciproco è autodistruzione. Impara a fare a meno di chi poteva restare, e non l'ha fatto. Di chi aveva una scelta, e non ti ha scelto. Di chi poteva provare ad agire diversamente, e non l' ha fatto. Solo così farai spazio, a chi ti apprezza. Lascia andare, ciò che non ti rende felice non ti appartiene.
La vera maturità emotiva non consiste nel diventare iper-razionali — negando le ragioni del cuore per paura di soffrire, perché tanto soffri lo stesso ed in ugual misura, ma per motivi diversi — né nel lasciarsi travolgere incondizionatamente da ogni onda emotiva. Consiste nell'imparare a riconoscere le proprie emozioni, senza esserne dominati, a pensare senza soffocare ciò che si prova. Attua un agire prudente, come rispetto verso di te e verso l'Altro.
Ricordati, mostrare la propria fragilità/affetto, è l'unico modo per permettere agli altri di incontrarti davvero. Fallo a modo tuo (lettera, canzone, conversazione, video), basta che arrivi all'Altro.
Ragione e sentimento non sono in competizione, ma sono due dimensioni che hanno bisogno di incontrarsi per aiutarci a comprendere chi siamo.
E tu, come ti comporti di fronte alle difficoltà e ai sentimenti? Ti riconosci di più in Elinor, che cerca di governare e spiegare ciò che prova con la mente, o in Marianne, che non riesce a separare il cuore dalla realtà, fino a distorcerla?
Io sono molto Elinor e mi sono lasciata contaminare con prudenza, da Marianne. Ho imparato con notevoli sofferenze emotive che è meglio rischiare di desiderare, piuttosto che proteggersi dalla paura e ingannarsi dicendosi: "tanto non accadrà mai". Se ci pensi, già dire a te stessa... "non sperare, in qualcosa che potrebbe non accadere mai" (cit. Elinor), è già desiderare. Come dice Pavese, la paura è già amore. Dunque se la frittata è ormai fatta, tanto vale mangiarla! Non si spreca il cibo, un giorno potresti non averla più una frittata (proteine), ma solo carboidrati, penserai sempre a quella frittata e sarai infelice due volte! Ciò si applica al campo affettivo, ma anche lavorativo... rischiare con prudenza è sempre un investimento di felicità, di coraggio e di vita!
Ti auguro di desiderare, di non smettere mai di desiderare!
P.s. In sala ovviamente eramo quasi tutte donne, e solo cinque uomini che accompagnavano le compagne. Ho seri dubbi sul fatto che, questi tre uomini fossero lì volontariamente. Ad ogni modo uno dei cinque, che era dietro di me appena seduto ha detto (rivolgendosi alla partner): "Vedi bene da qui o ci spostiamo?". L' amore è semplice. ❤️
Un abbraccio pieno di ragionato e appassionato sentimento
Da una viaggiatrice di anime
Assunta Marone