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LA  SERA DEI FUOCHIMirko, tredici anni, scarpe da ginnastica con la suola che si apre come una bocca affamata. Suo padre...
30/08/2026

LA SERA DEI FUOCHI

Mirko, tredici anni, scarpe da ginnastica con la suola che si apre come una bocca affamata. Suo padre non c'è, sua madre lavora in una mensa e torna a casa la sera con le caviglie gonfie e un odore di sugo e disinfettante attaccato ai vestiti.

La sera dei fuochi, Mirko è sul balcone, il ferro arrugginito che gli segna i palmi. In lontananza, il cielo si squarcia in un cespuglio di scintille rosse e verdi. Rumore di botti, secco. Sua madre alza gli occhi dal divano, senza alzare la testa.

“Sara' il bar sotto i portici, quello delle feste di compleanno. Gente che paga per far bum. Meglio che pensare al resto.”

Mirko annuisce. Sa tutto del resto. Il resto è piazza Bengasi, a due passi, dove gli spacciatori non hanno bisogno di fuochi per avvisare che la roba è arrivata. La roba è sempre arrivata, è lì da prima che lui nascesse, posata sulle panchine. Il resto sono le sirene dei carabinieri alle due di notte, le retate, i cittadini di Borgo San Pietro.

Mirko ha imparato a leggere i post del quartiere sul telefono rubato a sua madre. C'è chi commenta: “manco Pablo Escobar aveva tutto sto traffico”. E un altro che scrive: “siamo nel 2026!! Non servono più i fuochi!” E poi qualcuno che spiega serio: “è un segnale per gli spacciatori, vuol dire che la droga è arrivata.”

Mirko se ne sta col mento appoggiato al ferro del balcone. Pensa a lei. Ride piano, per non svegliare la madre.

Perché lui la verità la conosce: i fuochi di corso Trieste sono per il compleanno di una ragazzina di 12 anni, figlia di un idraulico. A lui piace un sacco Marta. Lo sa perché ha visto il palloncino a forma di unicorno.

Ma nessuno lo scrive sui social. È più bello pensare che sia Pablo Escobar, che ci sia un carico, che qualcuno governi il caos. È più bello che ammettere che i botti sono solo gente che si annoia e spara in cielo per sentirsi viva per cinque minuti.

Domani Mirko racconterà ai suoi amici che i fuochi erano del cartello di Santa Giulia, che ha visto un drone consegnare la coca sopra i tetti. Tutti ci crederanno. Mirko racconta storie bellissime.

(A. Battantier, Memorie di un bambino, Mip Lab, 8/26)


L'ODORE E IL SAPORE (all'improvviso, senza alcuno sforzo di volontà, non siamo più noi a ricordare, ma è il ricordo a po...
25/08/2026

L'ODORE E IL SAPORE (all'improvviso, senza alcuno sforzo di volontà, non siamo più noi a ricordare, ma è il ricordo a possederci)

Un dettaglio nella memoria, le fotografie sbiadiscono ma l'olfatto e il gusto restano primordiali àncore alla vita passata.

Per Proust l'edificio immenso del ricordo non poggia su fondamenta di pietra, ma su una briciola di madeleine sciolta nel tè.

Arriva come un refolo di vento dalle scale, da una finestra dimenticata aperta. E all'improvviso, senza alcuno sforzo di volontà, non siamo più noi a ricordare, ma è il ricordo a possederci.

Siamo i testimoni inerti di un passato che torna, non come un album da sfogliare ma come un'atmosfera in cui siamo immersi fino al collo.

Quale idea astratta può competere con la fedeltà caparbia di un odore?

L'odore della pioggia sull'erba d'estate in campagna, l’elicriso sulle rocce dell'isola amata, il sapore metallico dell'acqua dalla fontanella del parco, l’odore di pane da zio Vigliano e zia Teresa, il sentore di polvere e cera nella casa dei nonni.

L' archivio dell'esistenza non cataloga eventi ma stati d'animo. Non conserva date, ma temperature emotive.

Che stranezza, la materia più solida è la più fragile: i palazzi, le città, i corpi. La materia più impalpabile è la più tenace: un profumo, un retrogusto.

Che odore aveva la nostra infanzia? Che sapore aveva la nostra ultima felicità? Le risposte, quelle poche che contano, sono lì, in un angolo della lingua o in fondo a una narice. Ad aspettarci, senza fretta, sulle rovine di tutto il resto.

Ho impiegato anni a capire che l'io è un fragile castello di carte costruito sulla sabbia del presente.

Il vento del tempo lo spazza via. Ma un odore, un sapore, e il castello risorge intatto.

Alle volte è una forma di dolore, questa persistenza, un tenace attaccamento a ciò che non c'è più. Ma che volete che vi dica? Mica è tutto razionalità.

Non è la memoria a tradire, ma il nostro desiderio di renderla una proprietà. "Il mio passato", "i miei ricordi". Ma chi è il proprietario? Forse quel sapore è più "noi" di quanto non lo sia il nostro nome attuale.

La memoria involontaria non è un ricordo: è una resurrezione del corpo, una verità somatica. Essa agisce attraverso di noi, non per noi.

Non c'è da cercare, non c'è da sforzarsi. Non si cattura un profumo stringendo il pugno.

Mi arrendo a questa vita segreta dei sensi, accetto che la nostra identità sia un flusso, non una imperitura statua.

L'unica fedeltà possibile è quella di un istante di pienezza che, dissolvendosi, lascia la sua traccia. Siamo quell'odore. Nient'altro. Ed è già molto.

(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 8/26. Art by S. Stadif)





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