Fisio Crudo

Indicazioni

Fisio Crudo Uno spazio in cui parlo di Fisioterapia e riabilitazione, così come la vivo ogni giorno.

28/10/2026

🔥 QUANDO LA GESTIONE DEL DOLORE DIVENTA UNA RELIGIONE…

«Devi accettare il dolore!»
«Non concentrarti sul sintomo!»
«Conta solo recuperare la funzione!»

A volte certe interpretazioni della fisioterapia moderna mi ricordano Tyler Durden in Fight Club. 😂

È una caricatura, naturalmente. Ma dietro l’ironia c’è una questione seria.

La Pain Neuroscience Education (PNE) aiuta a comprendere meglio il dolore e i meccanismi che lo influenzano. Non insegna a ignorarlo.

L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) promuove flessibilità psicologica e azioni coerenti con i propri valori, anche in presenza di dolore. Non impone di sopportarlo a ogni costo.

E la graded exposure non consiste nell’esporre indiscriminatamente una persona a stimoli nocivi.

Il problema, quindi, non sono questi approcci: è quando vengono trasformati in dogmi.

Il dolore non è sempre proporzionale al danno tissutale. Ma non per questo è sempre innocuo, né significa che non esista una condizione trattabile.

Soprattutto, ridurre il dolore e recuperare funzione NON sono obiettivi antagonisti.

Un paziente può muoversi benissimo, lavorare e allenarsi, e soffrire comunque per un dolore persistente. Un altro può dare priorità al ritorno alle proprie attività anche se il dolore non scompare del tutto.

Chi stabilisce cosa conta di più? Il paziente, insieme al professionista. Non l’ideologia terapeutica del professionista.

Accettare ciò che oggi non possiamo cambiare può essere prezioso. Ma accettazione non significa rassegnazione, e cercare sollievo non significa necessariamente evitare il movimento.

🎬 Fight Club (1999), David Fincher.

📚 Per approfondire:
Moseley & Butler (2015), Fifteen Years of Explaining Pain.
Hughes et al. (2017), Acceptance and Commitment Therapy (ACT) for Chronic Pain.

💬 Secondo voi, nella fisioterapia contemporanea il dolore rischia talvolta di passare in secondo piano rispetto alla funzione?

27/10/2026

Mandibola e cervicale sono davvero collegate?
La risposta più corretta oggi è: probabilmente sì, ma molto meno di quanto venga raccontato sui social.
Una review sistematica pubblicata nel 2025 ha analizzato tutti gli studi che cercano di descrivere questa relazione.
La conclusione non è che il collegamento non esista.
La conclusione è che gli studi disponibili sono estremamente eterogenei e spesso difficili da confrontare tra loro.
Questo significa che molte affermazioni apparentemente sicure potrebbero essere molto meno solide di quanto sembri.
Nel prossimo reel vedremo uno dei limiti metodologici più sorprendenti emersi dalla review.

Studio citato Kaczmarek B. et al. Kinematic Relationship Between Temporomandibular and Cervical Spine Joints Journal of Oral Rehabilitation, 2025 DOI: 10.1111/joor.14015 PMID: 40346746

27/10/2026

UN’ERNIA PUÒ MIGLIORARE SENZA CHE UN ESERCIZIO L’ABBIA “RIMESSA A POSTO”.

C’è una distinzione fondamentale: guarigione clinica e regressione anatomica non sono sinonimi. Dolore e disabilità possono diminuire anche se l’ernia è ancora visibile alla RM. Viceversa, una riduzione delle sue dimensioni non garantisce automaticamente la scomparsa dei sintomi.

Le ernie possono anche regredire spontaneamente. Le revisioni mostrano che estrusioni e sequestri hanno maggiori probabilità di riassorbimento rispetto alle protrusioni. Ma questi dati derivano da popolazioni selezionate e non permettono di prevedere con certezza il decorso del singolo paziente.

E gli esercizi? Non sono tutti intercambiabili. In un trial su pazienti con lombalgia, anche associata a sciatica, chi mostrava una preferenza direzionale otteneva risultati migliori con esercizi coerenti con quella risposta. Questo NON dimostra che l’estensione sia la soluzione per tutte le ernie, né che esista una sequenza infallibile.

Personalizzare non significa nemmeno rendere ogni movimento pericoloso o vietare attività per sempre: significa scegliere dose, direzione e progressione in base a sintomi, obiettivi e risposta nel tempo.

Infine, un deficit di forza progressivo, alterazioni sfinteriche o anestesia a sella richiedono una valutazione medica urgente: non un tutorial.

La promessa seria non è “ti faccio sparire l’ernia”. È “valutiamo cosa ti serve davvero”.

Bibliografia:
Chiu et al., 2015. PMID: 25009200.
Long et al., 2004. PMID: 15564907.
Kreiner et al., 2014. PMID: 24239490.

26/10/2026

DOPO UNA SOLA SEDUTA, IL DOLORE SI È RIDOTTO DEL 50%.

Nel video il paziente racconta del miglioramento arrivato già dopo la prima seduta di onde d’urto focali.

E soprattutto, dopo mesi di notti tormentate dal dolore, finalmente riesce a dormire senza essere svegliato dalla spalla.

E non parliamo di una semplice tendinopatia.

La spalla presenta una lesione traumatica del sottoscapolare, una lesione del capo lungo del bicipite e una tendinopatia del sovraspinato.

Il paziente è già stato valutato da diversi specialisti, tra cui un ortopedico di grande esperienza, che ha sconsigliato la chirurgia e confermato l’indicazione a un percorso conservativo con chinesiterapia e onde d’urto.

A complicare il quadro c’è anche una cervicalgia cronica, che affronteremo con un programma riabilitativo specifico.

Lo ripeto a scanso di equivoci per i pazienti.
Ridurre il dolore e recuperare la funzionalità non significa aver riparato i tendini lesionati!

Il percorso riabilitativo proseguirà lavorando su mobilità, forza, capacità di carico e superamento delle paure legate al movimento, rispettando i limiti delle lesioni presenti.

Perché condivido questo caso?

Perché dopo mesi di sofferenza, in una seduta , dove anche gli antinfiammatori avevano fallito, tornare finalmente a dormire rappresenta un risultato importante.

E perché un miglioramento sintomatico precoce può facilitare il successivo recupero funzionale.

Non tutte le spalle rispondono così.
Non tutte le lesioni hanno la stessa prognosi. E le onde d’urto non sono indicate per qualsiasi problema.

Il nostro obiettivo non è soltanto ridurre il dolore, ma recuperare la migliore funzionalità possibile nel tempo.

26/10/2026

Per anni abbiamo combattuto l’idea che il paziente dovesse stare fermo ad aspettare che il dolore passasse.

Oggi però vedo emergere un rischio opposto: ridurre tutta la riabilitazione a un generico “vai in palestra e rinforzati”.

L’esercizio terapeutico è uno strumento straordinario.

Ma non è sinonimo di scheda generica.

Nei trial che dimostrano l’efficacia della riabilitazione troviamo valutazione clinica, progressione dei carichi, educazione, gestione del dolore, adattamenti continui e ragionamento clinico.

Non troviamo pazienti lasciati da soli.

La vera domanda non è “fisioterapia o palestra”.

La vera domanda è: quale intervento serve a questo paziente, in questa fase della sua storia clinica?

25/10/2026

SELF-EFFICACY: NON BASTA DIRE «LA TUA SCHIENA È FORTE».

L’autoefficacia è la fiducia nella propria capacità di affrontare compiti e situazioni specifiche. In riabilitazione conta. Ma non è una formula magica.

Immagina un paziente con una sciatica acuta dopo aver sollevato una cassetta d’acqua. Ha dolore intenso, fatica a muoversi e una RM mostra un’ernia compatibile con i sintomi.

Dirgli «la tua schiena è forte» può essere poco utile, se quella frase non incontra la sua esperienza. Ma anche spiegargli che ha un’ernia NON è automaticamente nocebo: dipende da come lo fai.

Un’ernia può contribuire al dolore attraverso processi infiammatori e meccanici. Non significa però che il paziente sia destinato a soffrire per sempre.

E «dolore non significa danno» va capito bene: il dolore non misura fedelmente l’entità di una lesione. Non significa che una lesione non possa esserci.

Come favorire allora l’autoefficacia?

Ascoltando il paziente. Spiegando il problema senza drammatizzarlo né negarlo. Cercando strategie per alleviare i sintomi, movimenti tollerabili e attività che può già recuperare. Poi aumentando gradualmente le richieste, quando possibile.

Le esperienze di riuscita possono rafforzare la fiducia nelle proprie capacità. Anche se il dolore non sparisce subito.

Non basta ripetere «puoi farcela». Aiutiamolo a sperimentare, passo dopo passo, cosa può tornare a fare.

Non è una guerra tra biologia e psicologia. È buona riabilitazione.

Bibliografia
• Bandura, 1977. Self-efficacy. DOI: 10.1037/0033-295X.84.2.191
• Martinez-Calderon et al., 2018. Prognosi e autoefficacia. PMID: 28939015

MalDiSchiena

24/10/2026

C’è una bella differenza tra spiegare il dolore a un paziente e convincerlo che il problema sia il modo in cui lo interpreta.

Negli ultimi anni abbiamo imparato moltissimo su sensibilizzazione, aspettative, paura del movimento e influenza del contesto. Tutte conoscenze preziose.

Ma a volte ho l’impressione che qualcuno abbia trasformato questi concetti in una scorciatoia diagnostica.

Hai dolore da mesi? Sensibilizzazione.
Eviti un movimento? Fear avoidance.
Non migliori? Forse hai convinzioni maladattative.

E il tessuto? L’irritabilità? La patologia? La gestione dei carichi?

Attenzione: questi fattori possono coesistere. Non sono spiegazioni che si escludono a vicenda.

Un paziente può avere paura perché ha dolore. Non necessariamente dolore perché ha paura.

E soprattutto, il fatto che il dolore sia modulato dal sistema nervoso non dimostra che la sua origine sia prevalentemente psicologica.

La stessa IASP ci ricorda che il dolore è influenzato da fattori biologici, psicologici e sociali, e che l’esperienza riferita dalla persona deve essere rispettata.

Questo non significa credere automaticamente a ogni interpretazione che il paziente dà dei propri sintomi. Significa ascoltarlo, valutarlo e costruire ipotesi cliniche verificabili.

Educare non è fare una ramanzina. Rassicurare non significa minimizzare.

E se un paziente non migliora, prima di attribuire tutto alle sue convinzioni, forse dovremmo avere l’umiltà di rimettere in discussione anche la nostra valutazione.

23/10/2026

Perché alcuni atleti rompono un crociato, altri due e altri ancora anche il trapianto?

Uno studio su oltre 7700 pazienti suggerisce che potrebbe esistere una vulnerabilità individuale che va oltre tecnica, allenamento e riabilitazione.

Attenzione però: lo studio non dimostra quale sia la causa. Genetica, anatomia, controllo neuromuscolare e caratteristiche del collagene restano ipotesi plausibili ma ancora da chiarire.

Forse la lezione più importante è questa: quando analizziamo un infortunio complesso, le spiegazioni semplicistiche raramente bastano.

22/10/2026

Ogni volta che un collega ottiene risultati che noi non otteniamo abbiamo una scelta.

Possiamo passare il tempo a spiegare perché secondo noi non funziona.

Oppure possiamo cercare di capire cosa fa di diverso.

La prima opzione protegge il nostro ego.

La seconda migliora le nostre competenze.

Attenzione: questo non significa che qualsiasi trattamento sia giustificato perché “tanto c’è il placebo”.

Il placebo non è una licenza per fare sciocchezze.

È un motivo in più per studiare i meccanismi che portano alcuni pazienti a migliorare più di altri.

La storia della medicina è piena di intuizioni cliniche che sono state confermate anni dopo.

Ed è piena anche di intuizioni che si sono rivelate sbagliate.

Per questo servono sia esperienza clinica che ricerca scientifica.

L’una senza l’altra è incompleta.

E forse la domanda più utile quando vediamo qualcuno ottenere risultati migliori dei nostri non è:

“Come faccio a dimostrare che ha torto?”

Ma:

“Cosa posso imparare da lui?”

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