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Gian Luca Bruno - Counselor Il Counseling è un intervento di supporto nei confronti di individui con problematiche di varia natura diretto al superamento delle difficoltà.

Ma come si fa a dire a una persona in preda a uno sconforto del genere: “Lasciatela libera di fare ciò che vuole”?Quando...
24/04/2026

Ma come si fa a dire a una persona in preda a uno sconforto del genere: “Lasciatela libera di fare ciò che vuole”?

Quando qualcuno arriva a desiderare la morte, spesso non sta scegliendo di morire, ma sta solo cercando un modo per smettere di soffrire.

E allora mi chiedo: dire “non la giudico” può trasformarsi, senza accorgercene, in una pericolosa forma di legittimazione?

E alla ragazzina lasciata dal fidanzato che vuole avvelenarsi, diremmo la stessa cosa?
Oppure lì sarebbe più facile dire: fermati, aspetta, questo dolore passerà?

Ah già, qualcuno dirà: “non è la stessa cosa, perdere un figlio è diverso.”

Davvero vogliamo stabilire una classifica del dolore?
Chi decide quale sofferenza merita di essere combattuta e quale invece può essere assecondata?

Un essere umano che soffre merita sempre la massima considerazione. Che abbia perso un figlio, un genitore, un amico, un cane o anche qualcosa che per lui aveva un valore profondo.

Il dolore non si misura con i nostri criteri, ma con quelli di chi lo sta vivendo. Perché ognuno arriva a quel dolore con la propria storia, le proprie ferite, la propria sensibilità.

Per questo il dolore non va giudicato.
Va accolto, ascoltato e accompagnato.

Mai legittimato come una sentenza definitiva.

Viviamo in una società in cui i valori vengono spesso considerati “roba da vecchi”, quasi fossero fuori moda, superati. ...
18/03/2026

Viviamo in una società in cui i valori vengono spesso considerati “roba da vecchi”, quasi fossero fuori moda, superati. Eppure, più il contesto si riempie di distrazioni, scorciatoie e giustificazioni, più mi convinco che proprio i valori oggi, abbiano un peso ancora maggiore rispetto al passato. Perché sono una bussola. Ti tengono centrato quando tutto intorno spinge nella direzione opposta.

C’è però un aspetto di cui si parla sempre troppo poco, quasi non facesse più notizia: prendere ciò che non è nostro. Non è solo una questione legale, non è solo un reato. È qualcosa che, nel tempo, presenta il conto anche nella vita.
E qui, forse, vale la pena allargare lo sguardo; perché “appropriarsi” non è solo prendere un bene materiale, è anche prendersi meriti non propri, idee altrui, tempo degli altri, fiducia non guadagnata. È promettere ciò che non si intende mantenere. È sfruttare situazioni o persone sapendo, in fondo, di non essere nel giusto.

E ogni volta che accade, anche se apparentemente “conviene”, dentro si crea una frattura. Una piccola crepa tra ciò che siamo e ciò che mostriamo. E quella crepa, col tempo, si allarga. Porta a giustificarsi sempre di più, ad abbassare l’asticella, a perdere sensibilità verso ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Non parlo necessariamente di religione. Parlo di equilibrio. Di quella dinamica sottile ma concreta per cui ciò che acquisisci in modo indebito, prima o poi ti viene sottratto sotto altre forme: serenità che manca, tensioni che aumentano, relazioni che si incrinano, fiducia che si sgretola. Perché la fiducia, una volta persa, è una delle poche cose che non si recuperano mai del tutto.

E c’è un altro aspetto, ancora più silenzioso: l’abitudine. Quando ci si permette una volta di oltrepassare un limite, la volta dopo sarà più facile. E poi ancora. Fino a quando ciò che prima sembrava impensabile diventa normale. È così che si perde sé stessi, non in un grande gesto, ma in tante piccole concessioni quotidiane.

La vita non si ferma alle apparenze. Non guarda se gli altri sanno o meno.
Sa. E, in qualche modo, riequilibra.

Sono un uomo del Sud, e sono cresciuto con un’idea molto chiara: la parola data vale più di cento firme. L’onore non è un concetto astratto, ma qualcosa di concreto, che guidava le mie scelte quotidiane. Non per paura del giudizio, ma per rispetto verso sé stessi e verso chi ci sta accanto.

Il punto più profondo è un altro ancora: tutto ciò che prendiamo senza meritarlo, in realtà, ci rende più deboli, perché ci priva della possibilità di costruirci davvero. Di sentirci all’altezza. Di guardarci allo specchio senza dover abbassare lo sguardo.

Il miglior deterrente, alla fine, non è la legge, né il rischio di essere scoperti. È la consapevolezza di che esempio stai dando; a tuo figlio, alla tua famiglia, a chi ti osserva, anche in silenzio.

Perché puoi anche convincere gli altri, ma non puoi mai mentire a te stesso.

A volte esistono verità profonde che attraversano filosofia, spiritualità e persino alcune visioni moderne della realtà....
08/03/2026

A volte esistono verità profonde che attraversano filosofia, spiritualità e persino alcune visioni moderne della realtà. Una di queste è semplice quanto potente: ciò che nella vita resta fermo, prima o poi si perde; ciò che invece viene messo in circolo genera valore.

C’è una sorta di principio - qualcuno lo chiama spirituale, qualcuno etico, qualcuno addirittura “quantico” - secondo cui i doni che la vita ci affida hanno senso solo se producono beneficio anche oltre noi stessi. Se rimangono chiusi dentro il nostro piccolo perimetro, finiscono per svuotarsi.

Questo concetto è espresso con straordinaria chiarezza nei Vangeli.

Nella Parabola dei Talenti, il padrone affida ai suoi servi delle risorse. Alcuni le fanno fruttare, altri le moltiplicano. Uno invece, per paura, le nasconde sotto terra. Il risultato? Non viene lodato per aver “conservato”, ma rimproverato per non aver fatto crescere ciò che aveva ricevuto.

Un insegnamento molto simile emerge nella Parabola delle Mine, dove troviamo una frase tanto enigmatica quanto profonda:
“A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.”

Non è un invito all’accumulo. È piuttosto un richiamo alla responsabilità di mettere in movimento i propri talenti.

E poi c’è una parabola che trovo sempre incredibilmente attuale: la Parabola del Ricco Stolto. Un uomo accumula raccolti sempre più grandi, costruisce granai sempre più capienti e pensa finalmente di potersi godere tutto ciò che ha messo da parte, ma quella stessa notte la sua vita termina. La domanda che chiude la parabola è disarmante: di chi saranno tutte quelle ricchezze?

Nella mia vita ho conosciuto persone che hanno accumulato patrimoni enormi. Eppure vivevano come se fossero in costante carestia.

Il denaro fermo in banca.
La paura costante di spendere.
La rinuncia perfino al comfort personale.

E poi scelte che, a pensarci bene, fanno riflettere:
rinunciare a una festa di compleanno per non dover fare un regalo, saltare un battesimo o una comunione per evitare una spesa, tenere distanti amici, parenti e perfino figli per paura che qualcuno potesse “costare”.

Tutto sacrificato sull’altare dell’accumulo.

E come è finita?

Spesso nello stesso modo.
Dopo la loro morte, patrimoni immensi costruiti in una vita intera sono stati sperperati in pochi anni.

A quel punto mi sono sempre fatto la stessa domanda.

Se ciò che possediamo non genera benessere, relazioni, opportunità o crescita per qualcuno, che senso ha davvero possederlo?

Forse il punto non è quanto riusciamo a trattenere. Forse il punto è quanto di ciò che abbiamo ricevuto riesce a passare attraverso di noi per raggiungere altri.

La natura ci insegna qualcosa di molto semplice:
un albero non mangia i propri frutti.

Li produce.
Li lascia andare.
Ed è proprio così che la vita continua.

Oggi mi sono soffermato su un’immagine che mi ha colpito profondamente: una piuma e una pietra in perfetto equilibrio su...
05/03/2026

Oggi mi sono soffermato su un’immagine che mi ha colpito profondamente: una piuma e una pietra in perfetto equilibrio su una bilancia naturale. Sopra, una frase semplice ma potentissima: “L’umiltà è la bilancia di ogni vera grandezza.”

Viviamo in un’epoca in cui sembra che contino soprattutto la visibilità, l’auto-promozione e il bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore. Eppure, più osservo le persone e le dinamiche umane, più mi convinco che esista una forza molto più potente e spesso sottovalutata: l’umiltà.

L’umiltà ha una caratteristica straordinaria: abbassa le difese degli altri. Quando una persona è umile, chi ha davanti non percepisce arroganza o competizione, ma apertura.

E dove c’è apertura nasce fiducia.

L’umiltà permette anche qualcosa che la presunzione impedisce: continuare ad imparare. Chi pensa di sapere già tutto smette di crescere. Chi resta umile, invece, rimane curioso, ascolta, osserva e continua ad arricchirsi.

C’è poi un altro aspetto che trovo fondamentale: l’umiltà rende adattabili. Ti permette di parlare con chiunque, di usare linguaggi diversi, di passare con naturalezza da contesti molto formali a quelli più semplici, senza perdere autenticità. E paradossalmente, proprio chi non cerca di imporsi finisce spesso per ottenere più stima e più rispetto.

L'umiltà è anche ciò che ci permette di accettare il presente per ciò che è, di lavorare con ciò che è possibile oggi, senza cadere in frustrazioni o crisi continue. Per questo sono sempre più convinto che l’umiltà non sia debolezza, ma una delle armi più potenti che l’essere umano possieda.

Non è un caso che Gesù abbia detto: « quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore.”
Forse oggi, in un mondo dove la semplicità e le piccole cose sembrano passate di moda, l’umiltà è diventata ancora più preziosa.

E forse proprio per questo ancora più potente.

Qualche giorno fa ho visto un’immagine che mi ha colpito profondamente: una madre di 102 anni che saluta, con infinita d...
03/03/2026

Qualche giorno fa ho visto un’immagine che mi ha colpito profondamente: una madre di 102 anni che saluta, con infinita dolcezza, il suo caro figlio di 82.
È strano – quasi destabilizzante – vedere una madre assistere all’invecchiamento di suo figlio e chiudergli gli occhi prima di lei. Siamo abituati a pensare che esista un ordine naturale delle cose. Quando quell’ordine si spezza, qualcosa dentro di noi si ferma.
Mi ha lasciato una sensazione difficile da definire: stupore, tristezza, forse consapevolezza.
La verità, però, resta sempre la stessa: non siamo eterni.
E non lo sono nemmeno le persone che ci circondano, nemmeno quelle che amiamo di più.
Ogni attimo trascorso insieme è un’occasione irripetibile.
Ogni conversazione, ogni abbraccio, ogni gesto di cura ha un valore che spesso comprendiamo davvero solo quando rischiamo di perderlo.
E allora quanto è spiacevole – e incomprensibile – assistere a rapporti familiari devastati da rancori, interessi, antipatie, invidie o sentimenti malevoli.
Che vita sprecata.
Che tempo sprecato.
Forse dovremmo imparare a gioire di più della presenza dell’altro.
A godere dell’amore dell’altro.
A scegliere la riconciliazione invece dell’orgoglio.
Con la consapevolezza che, quando arriverà quel giorno, l’unica cosa che conterà sarà non avere nulla da recriminare.
Aver amato.
Aver condiviso.
Aver vissuto quella presenza fino all’ultimo istante.

Ieri sera, guardando un servizio de Le Iene, ho scoperto la storia di Paolo Sarullo. Fino a quel momento non sapevo chi ...
02/03/2026

Ieri sera, guardando un servizio de Le Iene, ho scoperto la storia di Paolo Sarullo. Fino a quel momento non sapevo chi fosse quel ragazzo che aveva parlato a Sanremo, e la sua vicenda mi ha profondamente colpito. Mi ha colpito innanzitutto la sua bontà. La dolcezza con cui si esprime, la lucidità con cui racconta ciò che gli è accaduto e, soprattutto, la capacità di pronunciare parole che molti di noi faticherebbero anche solo a immaginare: PERDONO.

Dopo aver subito un’aggressione così grave, che gli ha cambiato la vita in modo irreversibile, la reazione più comprensibile sarebbe stata la rabbia. E invece no. Paolo ha scelto di non lasciarsi definire dall’odio. Ha scelto di non permettere che il male ricevuto diventasse il centro della sua identità. Questo mi ha fatto riflettere su cosa significhi davvero coraggio. Spesso associamo il coraggio a gesti eclatanti, a reazioni immediate, a forza fisica, ma esiste un coraggio più silenzioso e forse ancora più potente: quello di accettare una nuova condizione di vita, di affrontare ogni giorno le difficoltà con dignità e di trovare dentro di sé la forza di non indurirsi.

La sua storia è anche uno specchio per tutti noi. Ci obbliga a interrogarci su quanto spazio lasciamo all’empatia, su quanto siamo disposti a educare -come genitori, professionisti, cittadini - al rispetto e alla responsabilità. La violenza giovanile non è un fatto isolato che riguarda “gli altri”: è un tema che parla di cultura, di esempi, di valori che trasmettiamo ogni giorno.

Quello che mi porto a casa da questa storia non è solo la commozione, ma una consapevolezza più profonda: la gentilezza non è fragilità, il perdono non è debolezza e il vero coraggio non è reagire con la stessa moneta, ma scegliere di restare umani anche quando sarebbe più facile non esserlo.

E questa, forse, è una delle lezioni più potenti che possiamo ascoltare.

La giornata di ieri ha regalato alla nostra città, Napoli, una soddisfazione che forse va oltre le aspettative. Una vitt...
01/03/2026

La giornata di ieri ha regalato alla nostra città, Napoli, una soddisfazione che forse va oltre le aspettative. Una vittoria a Festival di Sanremo, sogno storico inseguito per anni: da Nino D’Angelo a Gigi D’Alessio, fino a Geolier, che qualche anno fa l’ha solo sfiorato.

E poi una seconda grande notizia: l’investitura di Stefano De Martino alla guida della prossima edizione.

Non è fanatismo. È voglia di riscatto.

Ricordo bene quando la critica relegava Nino D’Angelo in una categoria “di serie B”. E quando accadde lo stesso con D’Alessio. Per non parlare dei fischi a Geolier: un genere che può non piacere, certo, ma contemporaneo e capace di parlare a migliaia di giovani.

La lezione, per me, è questa:
chi viene da contesti difficili spesso deve dimostrare il doppio per essere riconosciuto, ma quando talento, lavoro e perseveranza si incontrano, il riconoscimento arriva.

E allora forse non si tratta solo di musica.
Si tratta di credere nel proprio valore anche quando gli altri ti incasellano.
Di non accettare etichette.
Di continuare a costruire, finché il risultato parla da solo.

🧠👉🏻 La psicologia ci insegna che il bisogno costante di criticare, insultare o sminuire gli altri sui social (e non solo...
30/08/2025

🧠👉🏻 La psicologia ci insegna che il bisogno costante di criticare, insultare o sminuire gli altri sui social (e non solo) è spesso il riflesso di un disagio interiore. Dietro l’aggressività verbale si celano insoddisfazione, frustrazione e mancanza di autostima.

𝐂𝐡𝐢 𝐯𝐢𝐯𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐠𝐚𝐧𝐭𝐞, 𝐫𝐢𝐜𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞 𝐞 𝐨𝐛𝐢𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐚𝐮𝐭𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐢, 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐥 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐥𝐢𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢: 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚 𝐧𝐮𝐭𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐢𝐭𝐚, 𝐧𝐨𝐧 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐯𝐚𝐥𝐮𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐮𝐢.

Le critiche distruttive sono, in realtà, un meccanismo di difesa: spostano l’attenzione dall’interno (dove si avverte un vuoto) all’esterno (l’attacco verso l’altro).

𝐒𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐯𝐢 𝐜𝐫𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐞, 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐫𝐝𝐚: 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐭𝐞, 𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐥𝐞 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐮𝐥𝐚‼️

Se ti accorgi di cadere nella tentazione di criticare, prova a chiederti: “Cosa mi manca in questo momento?”. Spesso la risposta apre la strada a un bisogno più profondo da ascoltare.

🔑 La chiave sta qui: investire energie nella cura di sé anziché nel giudizio degli altri. È questo che distingue chi vive pienamente da chi, invece, rimane intrappolato nell’insoddisfazione.

👉 𝐒𝐞 𝐭𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐧𝐮𝐭𝐢 𝐥𝐞𝐠𝐚𝐭𝐢 𝐚 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚, 𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐢𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞, 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐢 𝐬𝐮 𝐋𝐢𝐧𝐤𝐞𝐝𝐈𝐧.

In un’epoca in cui tutto è tracciabile, archiviabile e condivisibile con un semplice tap, la privacy rischia di essere p...
27/07/2025

In un’epoca in cui tutto è tracciabile, archiviabile e condivisibile con un semplice tap, la privacy rischia di essere più un concetto teorico che una realtà concreta.

Lo dimostra l’ultimo “caso” mediatico che ha coinvolto Raoul Bova: audio privati finiti in mano a chi fa business con il gossip.

Se sei un personaggio pubblico, ogni tuo segreto acquisisce valore commerciale. Più qualcosa è nascosto, più diventa appetibile. E quando hai “zone d’ombra” da custodire, la probabilità che prima o poi emergano cresce in modo esponenziale.

È davvero ancora possibile parlare di intimità e riservatezza in una società dove tutto è social, tutto è digitale e tutto è potenzialmente prova?

La risposta è scomoda: no, se non partiamo dalla responsabilità personale. Chi pretende privacy, deve prima interrogarsi sulla coerenza tra ciò che mostra e ciò che fa. Perché ogni comportamento fuori asse, oggi, può lasciare una traccia.

La vera “prevenzione” in un mondo trasparente? Comportarsi correttamente anche quando nessuno guarda. Etica e congruenza diventano non solo virtù morali, ma strumenti di tutela psicologica.

E no, questo non giustifica chi ha divulgato l’audio, ma ci costringe a fare i conti con una domanda urgente:

Quanto siamo davvero pronti ad essere trasparenti?

Oggi la mia città piange.Tre uomini sono caduti dal sesto piano mentre lavoravano onestamente, sotto un sole cocente, in...
26/07/2025

Oggi la mia città piange.
Tre uomini sono caduti dal sesto piano mentre lavoravano onestamente, sotto un sole cocente, in condizioni che ci raccontano molto di più di una tragedia isolata.

Quello che fa più male non è solo l’incidente in sé, ma tutto il contesto che lo circonda: una cultura del lavoro spesso basata sull’approssimazione, sulla superficialità, su controlli blandi e regole che diventano opzionali, finché qualcosa non succede.

Ieri, a Napoli, sfioravamo i 40 gradi.
E quei tre uomini - adulti, uomini di quasi 50 anni – erano su un cestello sospeso, a fare il proprio dovere.

Non si sono tirati indietro, nonostante tutto.

Facevano parte di quella generazione che, pur con poco, ha sempre trovato la forza per andare avanti. Con coraggio, con dignità, con mani sporche di fatica.

In un’epoca in cui il lavoro per molti giovani appare sempre più come un fastidio da evitare, o da svolgere col minimo sforzo possibile, queste morti gridano.

Gridano giustizia, attenzione, rispetto.

E ci ricordano che la vera cultura del lavoro è fatta prima di tutto di tutela della vita. Ogni tragedia così rompe qualcosa dentro di noi: la fiducia, il senso di giustizia, il valore stesso dell’impegno.

Eppure è proprio da qui che dobbiamo ripartire.
Dalla responsabilità collettiva di non voltare la testa, di pretendere sicurezza, di dare valore al sacrificio.

Oggi tre famiglie piangono.
E con loro, dovremmo piangere tutti.

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