08/09/2026
❄️💀 𝐈𝐋 𝐆𝐈𝐆𝐀𝐍𝐓𝐄 𝐀𝐃𝐃𝐎𝐑𝐌𝐄𝐍𝐓𝐀𝐓𝐎 𝐒𝐓𝐀 𝐏𝐄𝐑 𝐒𝐕𝐄𝐆𝐋𝐈𝐀𝐑𝐒𝐈: 𝐏𝐄𝐑𝐌𝐀𝐅𝐑𝐎𝐒𝐓, 𝐅𝐄𝐄𝐃𝐁𝐀𝐂𝐊 𝐂𝐋𝐈𝐌𝐀𝐓𝐈𝐂𝐈 𝐄 𝐈𝐋 𝐏𝐔𝐍𝐓𝐎 𝐃𝐈 𝐍𝐎𝐍 𝐑𝐈𝐓𝐎𝐑𝐍𝐎
Un sentito preambolo, molto "sentito".
Sotto i vostri piedi, mentre leggete questo post, non c'è nulla di particolare. Sotto i piedi di circa due miliardi di persone nell'emisfero boreale, invece, c'è qualcosa che non si muove da millenni: suolo congelato, duro come roccia, che scende a profondità di decine, a volte centinaia di metri. Si chiama permafrost. E contiene una bomba a orologeria che nessun essere umano ha mai innescato prima, ma che il disastro climatico a cui abbiamo dato origine sta lentamente avvicinando alla deflagrazione.
Ora, concedetemi un piccolo sfogo, perché da decenni sono cose che spesso non mi fanno dormire la notte. Ma questo post lo scrivo adesso perché ho finito da poco di lavorare (come se qui giocassi, Maremma impestata, ma tant'è). E sì, sono terrorizzato.
Perché? Perché un solo dato dovrebbe farvela fare addosso "a spruzzo", casomai non fosse chiaro.
Ora cerco di spiegarvelo.
𝐈𝐥 𝐧𝐮𝐦𝐞𝐫𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨
I suoli della regione del permafrost contengono 𝗶𝗹 𝗱𝗼𝗽𝗽𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗮𝗿𝗯𝗼𝗻𝗶𝗼 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗻 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗮 𝗹'𝗮𝘁𝗺𝗼𝘀𝗳𝗲𝗿𝗮 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗲𝘀𝘁𝗿𝗲: quasi 1.600 miliardi di tonnellate.
Ripetiamolo con calma.
L'atmosfera terrestre — quella che respiriamo, quella che regola il clima, quella in cui si trova la CO₂ responsabile del riscaldamento globale — contiene circa 870 miliardi di tonnellate di carbonio.
Il permafrost ne contiene quasi il doppio.
Tutto congelato. Tutto inerte. Per ora.
Quel carbonio non si è accumulato in decenni. Si è accumulato nell'arco di decine di migliaia di anni: ogni generazione di piante, animali e microrganismi morti nell'Artico e nella tundra boreale è stata sepolta e congelata prima che i microrganismi potessero decomporla. Il permafrost è, in termini pratici, il più grande archivio di materia organica preservata della Terra e il più grande deposito di carbonio potenzialmente mobile del sistema climatico.
Quando il permafrost si scongela, quel carbonio non rimane lì. I microrganismi lo decompongono e lo trasformano in CO₂ e metano, rilasciandoli nell'atmosfera.
𝐃𝐮𝐞 𝐦𝐨𝐝𝐢 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐠𝐞𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐩𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐢 𝐦𝐨𝐝𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐢𝐠𝐧𝐨𝐫𝐚𝐯𝐚𝐧𝐨
Per decenni, i modelli climatici hanno rappresentato lo scongelamento del permafrost come un processo lento e graduale: la superficie si scongela di qualche centimetro ogni anno, il processo penetra verso il basso nei decenni e nei secoli, il carbonio viene rilasciato in modo prevedibile e gestibile.
Da oltre due decenni avvertivo che quella rappresentazione era incompleta e pericolosamente ottimistica.
Il suolo congelato non si limita a bloccare il carbonio, ma tiene fisicamente insieme il paesaggio. Nelle regioni artiche e boreali, il permafrost sta collassando improvvisamente mentre le sacche di ghiaccio al suo interno si fondono. Invece di pochi centimetri di suolo che si scongelano ogni anno, 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗺𝗲𝘁𝗿𝗶 𝗱𝗶 𝘀𝘂𝗼𝗹𝗼 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗻𝘀𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶 𝗻𝗲𝗹 𝗴𝗶𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗶 𝗼 𝘀𝗲𝘁𝘁𝗶𝗺𝗮𝗻𝗲. Il territorio può sprofondare ed essere inondato da laghi e zone umide in espansione.
Questo fenomeno si chiama 𝙩𝙝𝙚𝙧𝙢𝙤𝙠𝙖𝙧𝙨𝙩, o disgelo abrupato. Non è un processo graduale. È un collasso. E quando avviene, non rilascia il carbonio degli strati superficiali, ma rilascia il carbonio delle profondità, quello accumulato da decine di migliaia di anni, che 𝗶 𝗺𝗼𝗱𝗲𝗹𝗹𝗶 𝘁𝗿𝗮𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗿𝗶𝘂𝘀𝗰𝗶𝘃𝗮𝗻𝗼 𝗻𝗲𝗺𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗮 𝗿𝗮𝗴𝗴𝗶𝘂𝗻𝗴𝗲𝗿𝗲.
Il cratere di Batagaika, in Siberia orientale — visibile in alcune immagini satellitari come una cicatrice gigantesca nel paesaggio — si è formato esattamente così: il permafrost è collassato negli anni Sessanta del Novecento, e da allora la cicatrice si allarga di decine di metri ogni anno. È uno dei "megaslump" più grandi del mondo, e non è l'unico.
𝐈𝐥 𝐦𝐞𝐭𝐚𝐧𝐨: 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐢𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐬𝐢𝐥𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐬𝐨
Qui entra in gioco un secondo elemento di complessità che i titoli dei giornali raramente colgono: non tutto il carbonio del permafrost viene rilasciato come CO₂.
Nelle zone umide, nei laghi termokarst (quegli specchi d'acqua che si formano quando il permafrost collassa) le condizioni sono anossiche: i microrganismi decompongono la materia organica in assenza di ossigeno, producendo metano invece di CO₂. E il metano è molto più potente della CO₂ come gas serra: un potenziale di riscaldamento globale di 80 volte superiore su un orizzonte di 20 anni, e circa 30 volte superiore su 100 anni.
La ricerca finanziata dalla NASA ha scoperto che il processo di disgelo abrupto aumenta il rilascio di carbonio antico immagazzinato nel suolo dal 125 al 190% rispetto al solo disgelo graduale. Ciò che è ancora più preoccupante è che questo avviene in misura simile sia sotto scenari di riduzione moderata delle emissioni che sotto quelli di business-as-usual. Ciò significa che 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝘀𝗰𝗲𝗻𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝗴𝗹𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗶 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗶 𝗿𝗶𝗱𝘂𝗰𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗼 𝗹𝗲 𝗲𝗺𝗶𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 globali di carbonio, è probabile che si verifichino ancora grandi rilasci di metano dal disgelo abrupato.
Tradotto: anche se facessimo tutto bene, riducessimo drasticamente le emissioni, rispettassimo gli accordi di Parigi, raggiungessimo il net zero, il permafrost continuerebbe a rilasciare metano per decenni, forse per secoli. 𝗡𝗼𝗻 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗽𝗿𝗼𝗰𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗻𝗼𝗶 𝗰𝗶 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗶𝗮𝗺𝗼.
𝐈𝐥 𝐟𝐞𝐞𝐝𝐛𝐚𝐜𝐤 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐚𝐝𝐝𝐨𝐩𝐩𝐢𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨
L'immagine che avete di fronte, il ciclo del feedback del carbonio nel permafrost, mostra esattamente questo meccanismo nelle sue quattro fasi fondamentali:
A. Il calore solare raggiunge il suolo artico. Il permafrost si scongela, trasformandosi in fango. La materia organica sepolta per secoli viene esposta.
B. I microrganismi decompongono quella materia organica. CO₂ e CH₄ salgono verso la superficie.
C. I gas raggiungono l'atmosfera, aggiungendosi alle emissioni antropiche, amplificando l'effetto serra.
D. Le temperature salgono ulteriormente. Il permafrost si scongela ancora di più. Il ciclo ricomincia più intenso di prima.
È un feedback positivo nel senso fisico del termine: si autoalimenta, si amplifica, tende all'accelerazione.
Non è lineare, è ricorsivo.
Stimiamo che il disgelo abrupato del permafrost nei laghi e nelle zone umide delle pianure, insieme a quello nelle colline, potrebbe rilasciare tra 60 e 100 miliardi di tonnellate di carbonio entro il 2300. Questo si aggiunge ai 200 miliardi di tonnellate di carbonio che si prevede vengano rilasciate nelle altre regioni che si scongeleranno gradualmente. Sebbene il disgelo abrupato riguardi meno del 20% delle terre gelate, aumenta le proiezioni di rilascio di carbonio dal permafrost di circa il 50%. Complessivamente, gli 𝗶𝗺𝗽𝗮𝘁𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗱𝗶𝘀𝗴𝗲𝗹𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗲𝗿𝗺𝗮𝗳𝗿𝗼𝘀𝘁 𝘀𝘂𝗹 𝗰𝗹𝗶𝗺𝗮 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗲𝘀𝘁𝗿𝗲 𝗽𝗼𝘁𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲𝗿𝗼 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗱𝗼𝗽𝗽𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗶 𝗮𝘁𝘁𝗲𝘀𝗶 𝗱𝗮𝗶 𝗺𝗼𝗱𝗲𝗹𝗹𝗶 𝗮𝘁𝘁𝘂𝗮𝗹𝗶.
𝐋𝐨 𝐘𝐞𝐝𝐨𝐦𝐚: 𝐢𝐥 𝐜𝐚𝐬𝐨 𝐩𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐞
Un milione di chilometri quadrati di Siberia, Canada e Alaska contengono sacche di Yedoma, spessi depositi di permafrost risalenti all'ultima era glaciale. Questi depositi sono spesso composti per il 90% da ghiaccio, rendendoli estremamente vulnerabili al riscaldamento. Inoltre, a causa della polvere glaciale e delle praterie che vi erano state incorporate quando i depositi si formarono, lo Yedoma contiene 130 miliardi di tonnellate di carbonio organico: l'equivalente di più di un decennio di emissioni globali di gas serra da parte dell'umanità.
130 miliardi di tonnellate in quello che è essenzialmente ghiaccio al 90%. Quando quel ghiaccio si fonde — e sta fondendo — la struttura collassa. Il carbonio viene esposto. La decomposizione inizia.
Non lentamente. Bruscamente.
𝐈𝐥 𝐭𝐢𝐩𝐩𝐢𝐧𝐠 𝐩𝐨𝐢𝐧𝐭: 𝐠𝐫𝐚𝐝𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐠𝐥𝐨𝐛𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐚𝐛𝐫𝐮𝐩𝐭𝐨 𝐥𝐨𝐜𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 — 𝐞 𝐢𝐫𝐫𝐞𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞
La domanda scientifica più dibattuta degli ultimi anni riguarda esattamente la natura del permafrost come tipping point. Un recente studio del Max Planck Institute for Meteorology (2025) ha concluso che le variazioni del permafrost sono graduali su scala globale ma abrupte su scala locale, e che la perdita di carbonio è irreversibile. Una volta che il suolo si scongela, la decomposizione del carbonio che contiene continua, anche se le temperature globali si stabilizzano. Pertanto, un tipping rimane possibile in un momento successivo.
E uno studio pubblicato su 𝖤𝗇𝗏𝗂𝗋𝗈𝗇𝗆𝖾𝗇𝗍𝖺𝗅 𝖱𝖾𝗌𝖾𝖺𝗋𝖼𝗁 𝖫𝖾𝗍𝗍𝖾𝗋𝗌 il 12 giugno 2026, il più recente disponibile, ha aggiunto una dimensione che i modelli precedenti trascuravano: una rappresentazione più completa dei processi di disgelo del permafrost. Incluso il disgelo abrupto. I disturbi da incendio e le dinamiche post-incendio portano a una sovrastima, e quindi a un irrigidimento, dei budget di carbonio residui compatibili con gli obiettivi di temperatura. E può persino introdurre una potenziale dipendenza dallo stato del sistema. In termini di rischio, ciò implica che 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗲𝘃𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝘁𝗶𝗽𝗽𝗶𝗻𝗴 𝗰𝗹𝗶𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝘀𝗼𝘁𝘁𝗼𝘀𝘁𝗶𝗺𝗮𝘁𝗲.
Non "potremmo sottostimare il rischio". "Il rischio è sottostimato."
𝐈𝐥 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐠𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐢𝐥 "𝐒𝐮𝐩𝐞𝐫 𝐄𝐥 𝐍𝐢𝐧̃𝐨" 𝐢𝐧 𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨
Chi segue questa pagina dai post sui tipping points non ha bisogno nemmeno di tanti dettagli in più, chi invece segue dal post sul bollettino climatico di luglio sa che le temperature superficiali del mare globali hanno raggiunto livelli record nel 2026, e che il Super El Niño in sviluppo proietta un picco di +3,6 °C nel Pacifico tropicale. Quello che meno si discute è il legame diretto tra El Niño e il permafrost.
El Niño non agisce direttamente sull'Artico, ma contribuisce al riscaldamento globale di base che accelera lo scongelamento. L'Artico è la regione che si sta scaldando quasi quattro volte più velocemente del resto del pianeta (l'Europa è invece il continente che si scalda di più). 𝗢𝗴𝗻𝗶 𝗳𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗴𝗿𝗮𝗱𝗼 𝗮𝗴𝗴𝗶𝘂𝗻𝘁𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗲𝗿𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮 𝗴𝗹𝗼𝗯𝗮𝗹𝗲 𝘀𝗶 𝗺𝗼𝗹𝘁𝗶𝗽𝗹𝗶𝗰𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹'𝗔𝗿𝘁𝗶𝗰𝗼 e, ogni grado in più nell'Artico, significa più permafrost che si scongela, più carbonio rilasciato, più metano nei laghi termokarst.
È un feedback che si inserisce nel feedback più grande: il ciclo che abbiamo documentato nel post sulla risonanza climatica globale dell'ENSO, nel post sull'AMOC, nel post sul ghiaccio marino. Non sono sistemi separati. Sono componenti dello stesso sistema e si influenzano a vicenda.
𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐠𝐥𝐢𝐞𝐫𝐞
Non possiamo prevenire il disgelo improvviso del permafrost. Ma possiamo cercare di prevedere dove e quando è probabile che avvenga, per consentire a chi prende decisioni e alle comunità di proteggere persone e risorse. Ridurre le emissioni globali potrebbe essere il modo più sicuro per rallentare l'ulteriore rilascio di carbonio dal permafrost nell'atmosfera.
Questa frase — scritta nel 2019 da Turetsky e colleghi su Nature — vale ancora oggi, nel 2026, con più urgenza. Non possiamo "spegnere" il feedback del permafrost che abbiamo già innescato. Ma possiamo scegliere quanto farlo accelerare.
La differenza tra un mondo a 1,5 °C e uno a 3 °C non è solo una questione di temperatura media. È la differenza tra un permafrost che scongela gradualmente e uno che collassa in modo abrupto su scala regionale. È la differenza tra decine di miliardi di tonnellate di carbonio rilasciate e centinaia di miliardi. È la differenza tra un feedback gestibile e uno che sfugge al controllo.
Il gigante addormentato si sta svegliando. Non possiamo fermarlo. Possiamo scegliere quanto rumore fare per svegliarlo.
𝐔𝐧𝐚 𝐧𝐨𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐡𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞: "𝐌𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨?"
La risposta onesta è: 𝗮𝗯𝗯𝗮𝘀𝘁𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗰𝗶 𝗱𝗶 𝗶𝗴𝗻𝗼𝗿𝗮𝗿𝗹𝗼. C'è un urgente bisogno di uno sforzo scientifico accelerato per stimare e comunicare con maggiore accuratezza la probabile entità delle emissioni aumentate di CO₂ e metano da un Artico in riscaldamento, per informare meglio le decisioni sull'aumento di ambizione necessario. Al momento, nemmeno la comprensione scientifica attuale delle emissioni future da un Artico in riscaldamento è riflessa nella maggior parte dei dialoghi e della pianificazione delle politiche climatiche.
Quello che sappiamo è sufficiente a imporci di agire come se il rischio fosse reale. Perché lo è.
E, per chi ne comprende la portata, quella sensazione di rischio concreto si spinge molto oltre il semplice terrore.
Benvenuti nel mio mondo.
🔗 Fonti:
— Turetsky, M.R. et al. "𝑃𝑒𝑟𝑚𝑎𝑓𝑟𝑜𝑠𝑡 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑎𝑝𝑠𝑒 𝑖𝑠 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑙𝑒𝑟𝑎𝑡𝑖𝑛𝑔 𝑐𝑎𝑟𝑏𝑜𝑛 𝑟𝑒𝑙𝑒𝑎𝑠𝑒." Nature 569, 32–34 (2019). DOI: 10.1038/d41586-019-01313-4
— Turetsky, M.R. et al. "𝐶𝑎𝑟𝑏𝑜𝑛 𝑟𝑒𝑙𝑒𝑎𝑠𝑒 𝑡ℎ𝑟𝑜𝑢𝑔ℎ 𝑎𝑏𝑟𝑢𝑝𝑡 𝑝𝑒𝑟𝑚𝑎𝑓𝑟𝑜𝑠𝑡 𝑡ℎ𝑎𝑤." Nature Geoscience 13, 138–143 (2020). DOI: 10.1038/s41561-019-0526-0
— Walter Anthony, K. et al. "21𝑠𝑡-𝑐𝑒𝑛𝑡𝑢𝑟𝑦 𝑚𝑜𝑑𝑒𝑙𝑒𝑑 𝑝𝑒𝑟𝑚𝑎𝑓𝑟𝑜𝑠𝑡 𝑐𝑎𝑟𝑏𝑜𝑛 𝑒𝑚𝑖𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑠 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑙𝑒𝑟𝑎𝑡𝑒𝑑 𝑏𝑦 𝑎𝑏𝑟𝑢𝑝𝑡 𝑡ℎ𝑎𝑤 𝑏𝑒𝑛𝑒𝑎𝑡ℎ 𝑙𝑎𝑘𝑒𝑠." Nature Communications 9, 3262 (2018). DOI: 10.1038/s41467-018-05738-9
— Schuur, E.A.G. et al. "𝐶𝑙𝑖𝑚𝑎𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑎𝑛𝑔𝑒 𝑎𝑛𝑑 𝑡ℎ𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑚𝑎𝑓𝑟𝑜𝑠𝑡 𝑐𝑎𝑟𝑏𝑜𝑛 𝑓𝑒𝑒𝑑𝑏𝑎𝑐𝑘." Nature 520, 171–179 (2015). DOI: 10.1038/nature14338
— Abbott, B.W. et al. "𝑃𝑒𝑟𝑚𝑎𝑓𝑟𝑜𝑠𝑡 𝑐𝑎𝑟𝑏𝑜𝑛 𝑓𝑒𝑒𝑑𝑏𝑎𝑐𝑘𝑠 𝑡ℎ𝑟𝑒𝑎𝑡𝑒𝑛 𝑔𝑙𝑜𝑏𝑎𝑙 𝑐𝑙𝑖𝑚𝑎𝑡𝑒 𝑔𝑜𝑎𝑙𝑠." PNAS 118(21) (2021). DOI: 10.1073/pnas.2100163118
— Steinert, N.J. et al. "𝑃𝑒𝑟𝑚𝑎𝑓𝑟𝑜𝑠𝑡 𝑐𝑎𝑟𝑏𝑜𝑛–𝑐𝑙𝑖𝑚𝑎𝑡𝑒 𝑓𝑒𝑒𝑑𝑏𝑎𝑐𝑘 𝑎𝑚𝑝𝑙𝑖𝑓𝑖𝑒𝑠 𝐸𝑎𝑟𝑡ℎ 𝑠𝑦𝑠𝑡𝑒𝑚 𝑡𝑖𝑝𝑝𝑖𝑛𝑔 𝑟𝑖𝑠𝑘𝑠." Environmental Research Letters 21, 124008 (2026). DOI: 10.1088/1748-9326/ae7586
— Brovkin, V. et al. "𝑃𝑒𝑟𝑚𝑎𝑓𝑟𝑜𝑠𝑡 𝑡ℎ𝑎𝑤: 𝑔𝑟𝑎𝑑𝑢𝑎𝑙 𝑐ℎ𝑎𝑛𝑔𝑒 𝑜𝑟 𝑐𝑙𝑖𝑚𝑎𝑡𝑒 𝑡𝑖𝑝𝑝𝑖𝑛𝑔 𝑝𝑜𝑖𝑛𝑡?" Surveys in Geophysics (2025). DOI: 10.1007/s10712-025-09885-9
— NASA Science: "Unexpected future boost of methane possible from Arctic permafrost" (2024)