28/10/2026
I disturbi alimentari non nascono dal nulla e non possiamo continuare a parlarne come se riguardassero soltanto il cibo.
Viviamo in una società che ci insegna a controllare il corpo, correggerlo, restringerlo e migliorarne continuamente l'aspetto. Una società in cui il dimagrimento viene spesso celebrato senza conoscerne le ragioni, la restrizione può essere scambiata per disciplina e il senso di colpa dopo un pasto viene banalizzato con un "domani mi rimetto in riga".
Commentiamo i corpi altrui, moralizziamo gli alimenti, proponiamo diete non richieste, trasformiamo la salute in un ideale estetico.
Ma cosa succede quando questi messaggi smettono di essere semplici stimoli esterni e diventano il modo in cui impariamo a giudicare noi stessi?
I disturbi della nutrizione e dell'alimentazione sono condizioni complesse, che possono coinvolgere processi neurocognitivi, autostima, regolazione emotiva, identità e relazioni. Le esperienze delle persone non possono essere ridotte a una questione di volontà.
La società non è l'unica causa di un disturbo alimentare e non tutte le persone esposte alla pressione estetica sviluppano un disturbo e non tutte le storie sono uguali.
Ma il contesto in cui viviamo conta. E interrogarsi su quel contesto è parte della prevenzione.
Conta il modo in cui parliamo del peso ma il riconoscimento dei sintomi anche nei corpi che non corrispondono agli stereotipi, conta la possibilità di chiedere aiuto senza vergogna e di ricevere cure senza essere giudicati.
Come biologa nutrizionista, credo che educare alla nutrizione non significhi insegnare alle persone a controllarsi sempre di più. Significa anche promuovere un rapporto con il cibo che non sia dominato dalla paura, dalla colpa e dalla necessità di meritare ciò che si mangia.
Non possiamo prevenire i disturbi alimentari chiedendo soltanto ai singoli di essere più forti. Dobbiamo interrogarci anche sui messaggi che trasmettiamo, sui comportamenti che normalizziamo e sulle persone che rischiamo di non riconoscere.
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